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Rossella e la Grande Mela

Sono seduta al tavolino di un Cafè di Austin.
Una lesbica con i baffi e i pantaloni strappati sull’inguine mi riempie il bicchiere di thè freddo, mentre un ventilatore gigante riesce a spostarmi la frangia dalla fronte inumidita dal sudore.
Il tavolo di fianco al mio viene serivto da un ragazzo con entrambe le guance bucate da piercing, indossante una gonna a pieghe e un calzino diverso dall’altro.

Sono giunta alla conclusione che a Austin non mi avrebbero mai assunta come cameriera o barista, semplicemente perché ho un’apparenza troppo convenzionale per i gusti sempre più stravaganti di questa città il cui motto è ‘teniamo Austin strana’.
I ristoratori sembrano prendere parecchio alla lettera questa regola. Col trascorrere degli anni ho bevuto calici di vino riempiti da ragazze con mezza testa rasata e la lingua divisa a metà, e cocktail mischiati da individui la cui identità sessuale è tanto ambigua quanto il loro look indeciso tra l’indie rocker e il motociclista tatuato da capo a piedi.

Dopo l’ultimo colloquio che feci per lavorare in un coffee shop mi dissero che gli ero sembrata fantastica! ma non sembravo avere le idee molto chiare riguardo al mio futuro.
Mi sono grattata la testa per giorni chiedendomi che razza di progetto di vita avrei dovuto avere per preparare un cappuccino. Forse il segreto sta proprio nel mio rifiuto ad omologarmi come il resto di questa città, che si vanta del suo apprezzamento di tutto ciò che è diverso e strano, rimanendo popolata da individui diversamente uguali, o uguali perché diversi.

Ma l’ironia sembra perseguitarmi, e il caso ha voluto che tornassi in questo paradiso di fancazzisti incompresi per venire rapidamente risucchiata dal grande e competitivo mondo delle corporazioni Americane.

Una mattina come un’altra passata a sconfiggere la pseudo-depressione con un tecnica infallibile che chiamo ‘avvolgiti nelle lenzuola e ignora i problemi finchè non vanno via’, suona il telefono.
Ora, ci sono telefonate che ti cambiano la vita. A volte in maniera tragicamente disastrosa, altre con una notizia insopportabilmente bella. Ad ogni modo, quei secondi di indecisione davanti ad un numero sconosciuto; quell’attimo di ‘rispondo o non rispondo?’ diventano indimenticabili.
Cerco di schiarirmi la gola abbastanza da non sembrare addormentata. Rispondo e (senza saperlo) prendo una deviazione non indifferente in questo percorso di vita fatto decisamente a caso.
‘Parlo con la signorina Rossella? – Salve sono * e la sto chiamando a riguardo di una posizione con Apple Inc. – Se non sbaglio il suo curriculum dice che lei parla Italiano?’

Il signor * aveva ripescato il mio curriculum da uno tra i milioni di siti internet sui quali l’avevo postato.
Io non ero nemmeno al corrente del fatto che la Apple avesse degli uffici in Texas, e mai e poi mai avrei pensato che il mio bilinguismo mi avrebbe fruttato in questo angolo del globo comunemente conosciuto come il ‘Far West’. Ma come si suol dire: se la vita ti regala dei limoni, fatti una limonata! o un succo di mela, a seconda del caso…

La prima regola della Apple è mai parlare della Apple.
Dunque diciamo che sono l’agente segreto Alligatore 5, e che dalle 2 alle 11am lotto contro il crimine e il terrorismo seduta davanti allo schermo enorme di un Mac.

Quando vivevo in Italia da nullafacente mi giustificavo dicendo che stavo accumulando ore di sonno per quando sarei diventata una donna in carriera e non avrei più avuto il tempo per dormire fino alle 2 del pomeriggio.
A quanto pare sono un fottuto genio o qualche sorta di veggente, perché non avrei potuto azzeccarci di più.

Convivo con la stanchezza più totale, tirando avanti con sonnellini e quantità spregevoli di caffeina. La pausa pranzo delle 5:30 am è trascorsa dormendo in macchina, sul sedile reclinato o addirittura rannicchiata nel baule. Se non altro posso ancora provare le brezza della vita da viaggiatrice, sognando di essermi addormentata lungo un’autostrada Australiana. Ma a svegliarmi non è un canguro o una tribù di aborigeni, bensì la pila della Office Security.

Ho provato il digiuno. Ho provato a rimanere ubriaca per una sessantina di ore consecutive. Ho provato a non mangiare carne, a non parlare per una giornata intera… ma depravarmi del sonno mi era nuova, e devo dire che come esperimento umano non cessa di essere interessante.

La prima cosa che parte è la cognizione del tempo. Siamo abituati ad usare le ore di sonno come spartizione tra giorno e notte, oggi e domani. Quando si è esausti si cade immediatamente in un sonno profondissimo che, pur durando poco, al nostro risveglio ci illude di aver dormito molto più a lungo e ci lascia completamente confusi riguardo all’ora e al giorno.

Anche la realtà inizia a diventare sfuocata: mi addormento con la testa stracolma di pensieri che riguardano il lavoro, passo quel paio d’ore a sognare versioni distorte della realtà e al mio risveglio devo concedermi un attimo per ragionare sulla probabilità o meno che la mia collega si sia trasformata in un licantropo.

Dormire diventa una vera e propria ossessione. La giornata è programmata in base a quando e quanto potrò dormire. Un ragionamento semplice sarebbe pensare che la notte è il mio giorno e viceversa. Ma il nostro corpo è programmato per associare la luce del sole alle ore in cui bisogna essere svegli, dunque nonostante abbia trascorso la notte a prendermi a schiaffi pur di stare sveglia, col sorgere del sole subentra la voglia di uscire dall’ufficio buio e godere dei raggi ultra-violetti almeno per qualche ora.

Queste circostanze causano una quantità di stress non indifferente. Subentra l’istinto di sopravvivenza e la voglia di mangiare SEMPRE al fine di accumulare calorie preziose e necessarie in questo periodo di carestia. Poi ci sono altre reazioni interessanti, quali fitte allo stomaco che ti portano al pronto soccorso. Esami fatti in vano per sentirti dire ‘vai dal tuo medico di famiglia’. Il medico di famiglia ti dice che hai l’intestino sensibile. Ci sono dei farmaci, ma la soluzione migliore è non essere stressati. Così si cerca di non essere stressati finchè arriva quella busta col conto da pagare. Quanto costa sentirsi dire da un medico che devi essere meno stressata? Per fortuna ho altri 45 giorni prima che l’assicurazione medica lo decida. Speriamo che chiunque sia seduto ad una scrivania a fare quei calcoli abbia dormito più di me.

Alle 12:56 am di un Mercoledì mi risulta difficile concentrarmi sugli aspetti positivi di questo cambio di scena. Tra qualche ora sarò di nuovo in ufficio, lontana dalla bellissima casa che un amico mi ha affidato al fine di affittarne le stanze e viverci io stessa a basso prezzo. In settimana raramente trovo il tempo di visitare quelli che definisco i miei genitori adottivi: una coppia splendida che mi accoglie sempre a braccia aperte e mi include in divertenti raduni di famiglia in ranch sperduti per il Texas. Il weekend non arriva mai abbastanza in fretta, ma quando arriva riesco a stimolare la mente con viaggi improvvisati in New Orleans, o sul golfo del Messico.

Spalancando il portone e lasciandomi alle spalle l’aria condizionata, vengo immediatamente baciata dal sole scottante del sud e mi ricordo che questo covo di ribelli è il mio parco giochi. Ho boutique dell’usato da esplorare e cibo etnico preparato in un camper da assaggiare. Per non parlare della musica dal vivo, i musei d’arte e i cinema che riproducono vecchi classici e servono alcolici.

La voglia di goderti la vita e uno stipendio che (finalmente!) ti concede di farlo senza troppi sensi di colpa, sono gli ingredienti perfetti per un’esistenza felice in questa città. Almeno finchè la stanchezza diventa invincibile, e arriva l’ora di rannicchiarsi sotto le lenzuola con un grosso cane che ti alita in faccia.

Al mio risveglio è calata la notte. La coinquilina che non incrocio mai mi ha lasciato un biglietto dicendo che è avanzata della pizza. Per fortuna Epoch è aperto 24 ore su 24, e posso fare colazione alle 22 con caffè preparatomi dallo stesso tizio che aggiusta la mia bici (ho riconosciuto i tatuaggi).

blood money

Partire e ricominciare da capo sta diventando una vera e propria droga per me. Quegli ultimi attimi prima di salutarsi per un tempo indeterminato hanno sempre un sapore più intenso, e temo di essermi tirata la zappa sui piedi adottando questo stile di vita. E se non riuscissi mai più ad accontentarmi di un ritmo convenzionale, fatto di routine e abitudine?
Ho sempre detestato gli addii, così stracolmi di emozioni e aspettative impossibili da realizzare. Fu proprio per questo che mi prefissai di passare un ultimo weekend assieme senza aspettative di discorsi stravolgenti. Volevo solo momenti semplici e stupendi, per finire in bellezza ciò che eravamo riusciti a imbruttire così tanto in solo un anno di relazione.
Fin dall’infanzia genitori e insegnanti ci avvertono dei rischi correlati all’attività sessuale. Elencano conseguenze sgradevoli e complicazioni quali gravidanze indesiderate, malattie… per non parlare poi delle inaspettate reazioni morali e del concatenarsi di disastri sentimentali che possono susseguire.
Ma nonostante l’impeccabile conoscenza dei vari sistemi di precauzione e la testa che ho imparato a portarmi sulle spalle prima di imbarcarmi in un rapporto sessuale, nessuno poteva prevedere i danni materiali causati da un momento di passione sfuggente, finito in tragedia quando il mio MacBook è precipitato per terra dal divano, con tanto di capriola su se stesso.
Il tempo si ferma. Le nostre espressioni mutano in slow motion, e non di certo per la posizione compromettente in cui ci troviamo. Trattengo un urlo disperato alla vista dell’arcobaleno traballante color vomito che compare sullo schermo.
Così passiamo la nostra ultima giornata assieme (una bellissima e soleggiata Domenica) alla disperata ricerca di qualcuno che aggiusti il mio computer. Solo quando il sole inizia a tramontare mi rendo conto di essermi giocata quelle ore contate, nel disperato tentativo di salvare qualche dato, foto, canzone. Come se fossero quelli gli strumenti necessari a tenere vivo un ricordo che per forza di cose è destinato a svanire, prima o poi.

Cambio di scena: parecchie settimane dopo sono finalmente riuscita a trapiantare un nuovo disco rigido nel Mac (un’operazione lunga, ardua e assistita da parecchi nerd del Genius Bar di Market St, San Francisco). Neanche a farlo apposta, anche il mio pc è arrivato a Austin pronto per un nuovo inizio, con tanto di memoria nuova tutta da riempire.
Seduta sul mio nuovo letto, nella mia nuova stanza, nella mia nuova casa; quegli ultimi attimi passati assieme a lui sembrano un sogno lontano.
Sono circondata da ricordi dell’India, foto delle amiche Lecchesi e altri souvenir che avevo lasciato qui. Ho la sensazione di aver viaggiato nel tempo. Qualche mese in Australia, un salto in Nuova Zelanda, dieci mesi in Italia e PUF! Ri eccomi in Texas.
Ad attutire il colpo questa volta c’è una compagna d’avventure, un pilastro nella vita Lecchese che ha deciso di seguirmi (folle donna…), nel tentativo di perfezionare il suo Inglese e, perché no! Farsi un’esperienza di vita à la Rossella per qualche mese.

Vivo in una casetta incantevole nella East Side. Passando il cimitero, lo spacciatore di crack e il vecchietto schizofrenico che vive alla fermata del bus, giri a destra e c’è casa mia.
A dirla tutta, la casa è del padre di una bambina che frequenta l’asilo nel quale lavoravo nella mia vita precedente. Oltre che vederli a scuola, ogni tanto facevo la baby-sitter per lei e suo fratello. Questo ha fatto si che nascesse un’amicizia tra me e la loro madre, Tricia; la quale mi fece la proposta di vivere in casa dell’allora ex fidanzato (e ora marito) che è dovuto andare in Iraq per un anno. In cambio di venticinque ore mensili di baby sitting, io e la mia coinquilina abbiamo temporaneamente ereditato questo piccolo paradiso (che include due cani, un gatto e visite sporadiche da parte di un branco di polli del quartiere).
Pagare l’affitto in amore non è niente male, soprattutto se i bambini sono divertenti. Lo scorso weekend si sono fermati a dormire. Alle 7:30 di domenica mattina Lucy (4.5 anni) mi ha svegliata dichiarando che era ora di alzarsi, ROSS. A seguire suo fratello Malcom (7), che mi ricorda che è mio dovere preparargli la colazione. Riesco a farli entrare nel letto con me, supplicando ‘solo altri cinque minuti…’, ma entro breve sono in piedi e sto cucinando pancakes.

Non ho ancora trovato una fonte di reddito. Temo che tra economia traballante e aumentata popolarità di Austin (votata tra le città più fighe in cui abitare da qualche rivista), i lavori scarseggino. Ho rifiutato, forse stupidamente, di tornare all’asilo. Questo per evitare drammi con l’ex ragazzo che ora lavora lì. Ero inoltre convinta di trovare subito qualche lavoro come cameriera o barista, che in questo paese comporta notevoli mancie. Mancie=tanti soldi=mettili da parte e vai in Messico appena Bau torna dall’Iraq.
Dopo tre settimane di curriculum lasciati in giro ero ancora in alto mare. Giunsi quindi alla conclusione che era arrivata l’ora di vendere il mio corpo. Per l’esattezza, il mio plasma.
Il plasma è la parte liquida del sangue che trasporta globuli rossi, globuli bianchi e piastrine, e in questo paese lo puoi vendere. Non è sorprendente che questi centri di ‘donazione’ attraggano gruppi variegati di persone interessanti da osservare.
Prima di iniziare la plasmaferesi, si viene sottoposti ad una serie di controlli di documenti, per passare poi alla sfilza di domande interessanti quali ‘hai fatto sesso in cambio di droghe negli ultimi 12 mesi?’, ‘sei stato incarcerato negli ultimi 12 mesi?’ oppure ‘hai mai praticato cannibalismo?’.
Ero sopravvissuta alla lunga lista di rischi e controindicazioni (tra cui morte, ma in rarissimi casi). Avevo illustrato su un foglio ogni cicatrice presente sul mio corpo, condividendo così con l’infermiera piccoli aneddoti di vita, quali cadute da cavallo e piercing pagati $2 in India.
Stavo per perdere la pazienza dopo che cinque infermieri diversi mi avevano controllato le vene, giungendo alla conclusione che avevo una vena buona e un’altra discutibile e che questo avrebbe potuto creare complicazioni. Iniziai a chiedermi se tutto questo e una dose non indifferente di plasma ne valesse la pena per $25.
Non sono riuscita a donare il plasma.
La morale di questa favola è che ancora una volta il mio vagabondaggio mi ha messo un bastone fra le ruote. Ma non furono i mesi in Australia o l’anno in India a fottermi, bensì ‘hai passato un totale di tre mesi nel Regno Unito tra il 1980 e il 1996?’
‘beh…sono nata nel ’89. I miei nonni vivono in Gran Bretagna. Li andavo a trovare magari una o due settimane ogni estate…si, direi che tre mesi li ho passati nel Regno unito tra l’80 e il ’96′
‘scusami un secondo’ l’infermiera lascia l’ufficio.
Rientra pochi minuti dopo ‘oh mio dio…mi dispiace. Non puoi donare il plasma’
?!
‘per via della mucca pazza. Sei stata esposta e quindi non sei idonea alla donazione di plasma o sangue..’
‘MAI?!’
‘mai…’
Non avrei mai pensato che quelle settimane a cavallo in Inghilterra avrebbero avuto ripercussioni del genere. Forse aveva ragione mio padre: l’equitazione è uno sport pericoloso.

Spankyville

Durante i miei primi mesi a Austin, affittavo una stanza in casa di una coppia di amici di famiglia. La dimora si chiama Spankyville, in onore del defunto gatto Spanky il quale è ritratto sulle piastrelle della cucina (una collocazione non casuale, poichè oltre a quella per i gatti, i proprietari di casa hanno anche una gran passione per il cibo).
Julia e Dani si sposarono ben due volte. La prima fu in segreto, quando lui aveva solo ventun’anni e lei quasi una decina in più.
Nonostante la tenera età, Dani aveva le idee ben chiare riguardo a ciò che volesse dalla vita. Aveva da parte un gruzzoletto di soldi che decise di investire in una casa per lui e la beneamata bionda dalle gambe lunghe. Finì per acquistare la casa che aveva fino ad allora affittato da universitario assieme a dei coinquilini. Situata dietro un supermercato nella south side di Austin, all’epoca Spankyville non era che una casetta di quattro stanze circondata da un giardino di dimensioni discrete. Inoltre la south side, che oggi vanta negozi chic e locali di fama (tra cui uno in cui venne filmata una scena di un film di Tarantino), ai tempi era un covo di drogati e prostitute.
Premettendo che anche la storia di Julia e Dani potrebbe riempire un libro, la versione breve è che col passare degli anni Spankyville si è estesa. La coppia acquistò la casa di fianco, affittandola per anni a musicisti alcolizzati. I giardini diventarono un’unica grande oasi ricoperta di cactus e piante varie, e munita di piscina e fontanella coi pesci rossi. Dani costruì una casetta separata soprannominata ‘the studio’, dove furono collocati pianoforte, chitarre e scaffali su scaffali di libri. Nonostante fosse stato pensato come luogo di ispirazione musicale e arricchimento del proprio bagaglio culturale, ‘the studio’ fu principalmente un rifugio per Dani quando voleva staccare dal mondo.
Dopo anni di melodrammi, feste devastanti e musica divina; i musicisti se ne andarono e Julia e Dani scelsero di non affittare più la seconda casa.
Julia dice sempre che lei e Dani funzionano come coppia perchè lei è realista mentre lui è un sognatore. Dopo anni di dedizione, pazienza e duro lavoro; Dani realizzò il sogno di Julia, costruendole la crème de la crème delle cucine. Consiste di un intero edificio che ora unisce le due case (denominate north e south side). Tutto è a portata di Julia, ovvero fuori dalla portata di chiunque non sia alto due metri. Per cucinare un ragù dovetti prendere una scaletta per raggiungere i fornelli (no, non scherzo).
Oltre che essere archittettonicamente ingegnosa e ricca di particolari e influenze di tutto il mondo, Spankyville è soprattutto un punto di ritrovo costantemente in movimento.
Il primo paio di settimane nella stanza di fianco alla mia dormiva Cecilia, una vecchia amica che passava le giornate a leggere e meditare vicino alla fontanella. Sua madre era deceduta di recente e la statua della vergine di Guadalupe, insieme alla generale quiete che Spankyville emana, le davano conforto.
Non era inusuale trovare sul tavolo della cucina un biglietto del tipo ‘oggi arriva Kamila! Passa la notte qui. Non spaventarti se vedi una sconosciuta girare per casa’.
Julia si scusò ripetutamente per il viavai, ‘qui è spesso così’.
In verità la cosa mi ha sempre fatto piacere. Essendo figlia unica, la compagnia variegata di amici e parenti (chi di sangue, chi adottato), mi ha dato un assaggio di quotidianità ben diversa dalla mia e mi ha aperto gli occhi ad uno stile di vita fondato sull’ospitalità.
A Spankyville fui subito accolta come parente, se non addirittura figlia. Julia e Dani hanno sempre ribadito che quella è casa mia e ho il diritto di comportarmi di conseguenza. A parte alcune regole sull’aria condizionata e la macchinetta del caffè, ero libera.
Venne a stare con noi per qualche settimana Trishna, la mia compagna di stanza in India. Ovviamente fu subito accolta a braccia aperte e la coppia si innamorò di lei come si innamorano di praticamente tutti coloro che varcano la soglia di Spankyville.
Mi capita spesso di ripensare a quelle giornate. L’essenza di Spankyville sta nelle piccole cose: un mazzo di fiori sul bancone della cucina, un biglietto scritto in corsivo da Julia ‘stasera tajine di agnello’. Un gatto che esce dai cespugli e si stravacca al sole, la cucina sempre luminosa grazie alla grande porta di vetro che da sul giardino. Una Corona fresca con una fettina di lime, il profumo della cipolla che Dani affetta finemente, raccontando a Julia gli avvenimenti della sua giornata lavorativa.

Ogni sera cenavamo assieme. A volte in tre, a volte in venti. La prima cosa che si impara seduti a quel lungo tavolo imbandito di piatti di vario sapore e colore, è che è tradizione brindare. Alle origini di ciò è il fatto che da anni Dani partecipa agli incontri Toastmasters, un’organizzazione che aiuta le persone con la comunicazione. Da quanto ho capito ci si prepara un piccolo discorso e lo si espone davanti a tutti i membri del gruppo, come si trattasse di un brindisi (toast). Con una mano alza il bicchiere mentre con l’altra tiene la mano di Julia. Si brinda e ci si tuffa nel piatto.
Tra alchool, cibo peccaminosamente buono e risate grasse, anche il più preso male dei pessimisti non riuscirebbe a sfuggire alla gioia contagiosa che c’è in quella casa. Ho conosciuto persone provenienti da diversi angoli del mondo che tornano a Austin esclusivamente per passare da Spankyville. Anche solo per mangiare le famose costine di Julia e sentirsi ri-raccontare della volta che Dani e l’amico stettero svegli tutta notte per cucinare un maiale in una buca scavata nel giardino (era pieno inverno e si tuffarono in piscina per rimanere svegli).
Nel giardino di Spankyville ci fu addirittura il matrimonio di due amici, ‘ci aspettavamo che ci chiedessero se potevano sposarsi qui, e non abbiamo potuto che rispondere…certo!’.
Questo posto è uno dei miei tesori nascosti di cui vado più fiera. Non è sorprendente che sia diventato uno tra i vari centri di gravità permanenti e che ancora una volta abbia deciso di tornarci.
Forse alla base di tutti i miei problemi sta il fatto che non abbia meditato abbastanza alla fontanella dei pesci rossi.

Shanti

Mi sono svegliata cinque ore prima del solito, provando una sensazione simile a quella che si proverebbe ascoltando lo scorrere degli artigli di un gatto su una lavagna. Non tanto per il mal di testa, il sapore di cuoio conciato in bocca o la presenza di lividi inspiegabili sul mio corpo. Riacquistando pian piano coscienza, inizio a far mente locale di tutte le cazzate che ho detto e fatto la sera prima. E così subentra la vergogna fisicamente dolorosa.
Sono la contraddizione fatta a persona. I comuni mortali o la gente normale come dir si voglia, dopo una serata brava a base di alcolici si prende la giornata per riposare, curare mente e corpo.
Io da sbronza riesco a cadere in un sonno talmente profondo che oltre a quella di non sentire l’esplosione di una bomba anche se mi scoppiasse a mezzo metro dalla faccia, mi regala l’abilità di svegliarmi prestissimo; carica di energia e voglia di conquistare il mondo.
Ho scoperto di avere questo superpotere a Goa (India), assieme alla mia sorella Finlandese.
Quando ti svegli di fianco alla tua amica in un letto singolo, ti rendi conto di essere zuppa, coperta di sabbia e di aver smarrito le scarpe e un orecchino, generalmente non si prospetta una giornata piacevole. Mi alzai di scatto, svegliando del tutto Elisa che iniziava già a strofinarsi gli occhi. Neanche a farlo apposta, in quel momento mi suona il telefono.
‘Pronto?’ RISATA GENERALE.
‘Ei ragazze, come state? AHAHAHAHAHAHAHAHAHAH’
‘Avete visto le mie scarpe?’
‘AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH’, Elisa mi notifica che all’appello manca anche una delle sue infradito.
‘Anche Elisa non trova una scarpa. Avede idea di dove siano?’
‘AHAHAHAHAHAH, se siete fortunate magari le ritrovate sulla riva…’
Usciamo dal bungalow. In giardino ci sono i miei genitori Indiani, i quali non reagiscono in nessun modo al nostro aspetto inquietante (l’acqua salata e i miei capelli non vanno particolarmente d’accordo).
Il sorriso sarcastico del mio ‘padre adottivo’ è un ricordo al quale ho riservato un pezzo di cuore. Momo non è che la versione Tibetana del bruco di Alice nel paese delle meraviglie. Tutte le mattine, tutti i giorni, i pomeriggi e le sere; lui siede su una poltrona e fuma il narghilè. Se non è a casa nella sua lussuosa poltrona in pelle, si accontenta di una sedia pieghevole e un narghilè portatile, accessori che ormai fanno parte della sua persona.
Ci osserva, sorride sfoggiando la decina di denti d’oro. Fa un lungo tiro, l’acqua del narghilè borbotta.

Momo, all’anagrafe Tenzing, viene chiamato così per via della sua forma: tondeggiante dall’infanzia. Grasso sarebbe un’esagerazione. Tondo, ecco.
Il momo è una prelibatezza Tibetana. Simile al raviolo Cinese, si tratta di un fagotto ripieno di carne o verdure, che può essere fritto o bollito e si accompagna bene alla salsa piccante. Oltre ad alludere al fatto che Momo di momo ne mangia tanti, il nomignolo sta ad indicare la forma imbottita che lo accomuna alla pietanza.
Dopo un passato travagliato di matrimoni combinati e problemi economici, si creò un posticino tra le pendici himalayane, dove tutt’ora risiede con moglie, tre figli e un paio di cani. Si è cimentato in varie carriere, dall’agente di viaggio al manager di una rock band. Di recente ha fatto il suo debutto a Bollywood, nella parte del gangster super cattivo.
Essendo un’oasi pacifica di natura mozzafiato, Mussoorie (il paese dove ho vissuto) attira parecchi artisti in cerca d’ispirazione. E se sei un artista in cerca d’ispirazione, cercandola troverai Shanti, la casa di Momo. Entrando vieni sopraffatto dai profumi inconfondibili di curry, fumo di un beedi, incenso… Non so se definire pacchiano il suo gusto estetico. Ci sono tre cose che Momo ama: le Harley Davidson, il Far West e le divinità Hindu. Solo lui è capace di abbinare il quadro di una Apache sexy ad una gigantografia di Shiva. Entrando non puoi non notare il bar, fornito di bottiglie formato famiglia di ogni genere di super alcolico. Non so come cazzo abbia fatto a trovare il Martini Bianco in India, ma sono dettagli come questi che attirano le persone più interessanti a Shanti.
‘Lo sai com’è questo posto, ormai è anche casa tua. La porta è sempre aperta, il bar è lì. Bevi quello che vuoi, le regole sono due: non fare cazzate e non farti beccare da qualche insegnante’
Shanti diventò un luogo di culto per me e Elisa. Eravamo convinte di essere state graziate da qualche divinità. Solo noi conoscevamo questo posto della perdizione, dove ci rifugiavamo dalla rigida e opprimente vita collegiale. Il Venerdì non finiva mai, lo passavamo irrequiete a mandarci bigliettini. Me ne lancia uno, lo acchiappo al volo, apro: शांति (shanti). Solo vedendolo scritto in hindi mi ricordavo del vero significato della parola: pace.
Fu proprio a Shanti, durante una tipica serata di buon cibo, buona musica e buon whiskey che Momo conobbe il regista Bollywoodiano. Una volta compositore di colonne sonore, ora si cimenta in rivisitazioni indiane dei classici di Shakespeare.
‘La senti questa canzone alla radio?’ mi dice Gautam, il figlio di Momo. ‘È una canzone del film Omkara, la versione Bollywood di Otello. E sai chi l’ha composta? Lo stesso uomo che ha diretto il film, ovvero l’uomo con la camicia rossa seduto sul divano’
Quando scoprii che c’era un cinema a Austin che proiettava gli ultimi film di Bollywood, feci un vero e proprio pellegrinaggio. Vedendolo sul mega schermo non sapevo se ridere o piangere. Era esattamente come l’avevo lasciato e non si era neanche dovuto cambiare per la parte, scritta apposta per lui a quanto pare. Eccolo seduto su una poltrona, con un anello a ogni dito, le braccia tatuate e il sorriso d’orato. Per quanto si sia calato benissimo nella parte, per chi lo conosce un Momo che organizza scambi di droga e ordina omicidi è decisamente poco credibile. Ma la risata malefica gli veniva benissimo, la stessa risata malefica che fece quella mattina a Goa, quando io e Elisa dichiarammo che avevamo bevuto tantissimo, eppure non stavamo male. Anzi!
‘Non state male perchè siete ancora ubriache, fate passare un paio d’ore e poi ne riparliamo…’
L’idea che eravamo riuscite a bere talmente tanto da non averlo ancora smaltito, ci desolava. Vedevo lo smaltimento di quest’alcool come una condanna a morte alla quale mancava poco. Non potevamo permetterci di star male, avevamo ciabatte da cercare e pezzi di storia mancanti da ricostruire. Cos’era successo dopo la quarta vodka? Perchè ci eravamo buttate in acqua? Come avevamo fatto ad arrivare a casa?
‘L’unica soluzione è bere un tappo di gin’ ci svelò Momo.
‘COSA?! Bere ANCORA è la soluzione?’
Tirò fuori il cellulare e mi ordinò di chiamare Mukul, il suo vecchio amico scrittore, grande compagno di bevute e noto ‘tuttologo’.
‘Chiama Mukul e chiedigli la spiegazione scientifica di perchè bere una quantità anche minima di alcool dopo essersi ubriacati la sera prima, aiuta a non star male’
Mukul fu convincente. Diedi l’okkei a Momo il quale tirò fuori da sotto la sedia pieghevole una bottiglia di Gordon’s. Riempì il tappo e me lo porse, come la mamma premurosa che ti fa bere lo sciroppo per la tosse.
Dopo questa colazione anti convenzionale, io e Elisa riprendemmo a ridere e correre lungo la spiaggia. Elisà fermò i passanti, sventolandogli in faccia la tipica ciabatta di gomma blu che 1.9 su 1.10 miliardi di Indiani possiede. ‘Ne hai vista un’altra uguale?’ chiedeva speranzosa. Elisa non sarebbe Elisa se non passasse una giornata alla ricerca di una ciabatta che ricomprerebbe per 20 centesimi.
Io non trovai mai le mie scarpe. I ragazzi con cui avevamo trascorso la serata, degli ex alunni della nostra stessa scuola, non ci raccontarono mai l’accaduto della notte precedente.
Rientrate dalle vacanze di Natale, a scuola iniziò a girare la voce che avevo molestato l’Australiano che mi era venuto in soccorso dopo che mi buttai in acqua alla ricerca dell’orecchino smarrito.

Dopo aver svegliato in vano un’amica nel tentativo di fare una sciata in compagnia, guardo il telefono e scopro che in ubriachezza ho tentato di chiamare chi non dovrei chiamare.
Mi fa ancora male il ginocchio dopo quella pattinata sul ghiaccio. Mi ricordo il mattino dopo, sentii i suoi piedi muoversi e li toccai con i miei.
‘Sei già sveglia?’
‘Si. Mi fa male il ginocchio e ripensavo a tutto quello che ci siamo detti ieri sera’
‘Che scema che sei…’

Stamattina nel mio letto di piedi ce ne sono solo due. I miei. Sono triste, ma mi consolo pensando che in India c’è un ometto Tibetano pronto a regalarmi un tappo di Gin e un sorriso d’orato al mio risveglio.

Moments of glory

Sono regolarmente affetta da crisi d’identità. Mi chiedo quasi quotidianamente chi sono? Cosa voglio? Dove appartengo?

In una società in cui vieni giudicato in base a ciò che fai (e di conseguenza da quanto guadagni), quando l’interlocutore inizia il solito indovinello ‘studi? Lavori?’, generalmente mi guardo attorno alla ricerca dell’uscita più vicina. Ogni rivista che apro parla di disoccupazione (soprattutto giovanile) e ho notato che in varie parti del mondo sta andando a crearsi questo fenomeno della generazione pantofolaia. Giovani demotivati, depressi, privi di grinta e voglia di fare. Pensavo,
per quanto si possa semplificare la questione dicendo che si tratta di ragazzi pigri, da quando in quà la pigrizia e la poca voglia di vivere sono qualità tipiche dei giovani?
Durante una giornata di pseudo-nullafacenza, ricordo di aver sentito o letto che il lavoro è un diritto che regala dignità alla persona. In quel momento ho cercato di rimembrare alcuni dei miei momenti lavorativi più dignitosi.

Sydney.
A causa della pioggia si era formato un cumulo fangoso all’entrata del campo dei puledri, e tra l’elenco dei lavori da svolgere c’era ‘scavare un fosso per ridirezionare il flusso dell’acqua’.
Passai il tragitto scuderie-campo a studiare il modo più comodo di trasportare una zappa. Sulla spalla a mo’ di nano di Biancaneve? Su entrambe le spalle con gli avanbracci a penzoloni alla schiavo nero in Via Col Vento?
Entro la zappata numero cinque, capii che gli schizzi di fango in faccia erano inevitabili e mi consolai pensando che nei centri estetici il bagno di fango è considerato un trattamento di bellezza.
Avete presente Frankenstein Junior di Mel Brooks? La scena quando Igor e il dottore stanno scavando per arrivare alla bara del futuro mostro. Igor dice ‘potrebbe andare peggio. Potrebbe piovere’, TUONO.
Mi piace rivivere certi ricordi come se fossero scene di un film: Rossella affaticata zappa il terreno sotto il diluvio. Schizzi di fango su tutto il corpo. Con ogni zappata le esce un urlo di rabbia furibonda, come se stesse zappando a morte il più stronzo degli stronzi, dopo una lunga battaglia che le è costato tutto. Impreca, piange, si butta nel fango (che ormai è diventato sangue della vittima), se lo spalma sul viso con facenze melodrammatiche e per finire in bellezza, apre le braccia verso il cielo. La telecamera la riprende dall’alto, il suo viso rigato da lacrime e pioggia mentre urla NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
I puledri la osservano confusi.
Torna alle scuderie conciata da zombie. Le casalinghe galoppanti in tenuta equestre rimangono a bocca aperta, con la tazza di thè fumante in mano (nonostante lo shock, il mignolo della mano che tiene la tazza rimane alzato).

Ci sono cose a cui non pensiamo. Perchè non sono sotto il nostro naso, o magari perchè  non è bello pensarci. Argomenti che sono solite tirare fuori le maestre alle elementari, ‘bambini, vi siete mai chiesti dove vanno a finire la nostra pipì e la nostra popò dopo che tiriamo l’acqua?’. Fortunatamente non ho ricordi vividi di quella gita scolastica. Ricordo solo che intrappolati tra i denti di quello che sembrava un pettine gigante che rimescolava l’acqua sporca, c’erano migliaia di cotton fioc. Ci spiegarono che non va bene buttarli nel water, perchè poi fanno quella fine lì e prima o poi qualcuno dovrà andarli a togliere dal pettine gigante. L’immagine che mi sono fatta di quel pover’uomo che entra nell’acqua merdosa, ha lasciato un segno indelebile e da quel giorno non ho MAI buttato un cotton fioc nel cesso (e se becco qualcuno che lo fa, lo cazzio).

Ho imparato che una buona percentuale del lavoro di chi gestisce un maneggio, consiste nello smistare merda. I cavalli sono grossi erbivori che mangiano tre pasti al giorno, più varie portate di fieno e una consistente brucata d’erba. Per ogni 100kg di peso, un cavallo produce quotidianamente 4,5kg di sterco. In media un cavallo pesa fra i 300 e i 400kg (se non è grasso). Moltiplicato per la ventina di cavalli che c’erano nel maneggio in questione, ci ritroviamo con un bel cumulo di merda al giorno.
Il sistema di smaltimento che adottano qui è particolarmente ambientalista. Le varie carriole vengono svuotate in un grosso trailer, che circa ogni due giorni viene agganciato ad una Jeep e portato in una piantagione di pini. Se c’è una cosa che non manca in Australia, è lo spazio. Potevo perdere un pò di tempo girando per i campi, indecisa su dove scaricare il cumulo di merda. Poi arriva la parte meno piacevole, ovvero la rimozione del copertone (che ha la funzione di evitare perdite spiacevoli durante il tragitto). Rimuovendo il copertone, oltre a sprigionare un odore che non si sposa bene con l’afa delle estati Australiane; liberi anche una decina di mosche che sono rimaste intrappolate sotto, le quali si sentono moralmente obbligate a volarti in faccia, negli occhi e nelle orecchie. Dopodichè si passa alla rimozione dell’antina posteriore del trailer, un’operazione che risulterà nella caduta di un pò della merda sui tuoi piedi, se non sei svelto a spostarti. Fortunatamente il trailer è munito di una leva automatica che lo inclina lentamente, creando una cascata di merda che si depositerà a cono.
Ogni anno, a Natale, il proprietario della piantagione regala un enorme pino al maneggio. Il pino di merda.

Io e il mio collega Toby abbiamo vissuto insieme varie esperienze lavorative (e non) che hanno rafforzato la nostra amicizia e il nostro spirito di squadra. Col tempo abbiamo imparato a venirci incontro, ad accettare i difetti dell’altro e ad aiutarci coi reciproci sbagli.
Rimane un mistero chi dei due si dimenticò di rimuovere il copertone dal fondo del trailer. Quando arrivò l’ora di portarlo alla piantagione, ci rendemmo conto dell’imprevisto. Purtroppo non riuscimmo a passare inosservati. Il capo dichiarò che andare in strada con un trailer scoperto non era un’opzione. L’unica opzione era SCAVARE. Nella MERDA. Ci munimmo di stivali di gomma, Toby non fece capricci ed entrò direttamente mentre io cercavo di rimanere in equilibrio sul bordo. Alla vista di quell’angolino blu sentivamo già il sapore della vittoria, ma se pensate che sia facile sfilare un lenzuolo di plastica da sotto tonnellate di MERDA, rileggete i dati sopraelencati. Scavammo, travasammo in carriole, tirammo. Dopo quella che sembrò un’infinità passata letteralmente NELLA MERDA, riuscimmo a liberare il copertone.
Toby si tolse la maglietta e la usò per asciugarsi la fronte, ‘Ross, spero che tu sia la prima e ultima persona con cui abbia l’onore di scavare nella merda. Ma devo dire che non sarebbe stata la stessa cosa senza di te…’
Questa esperienza è tra l’elenco dei motivi che uso per giustificare la mia ossessione con l’igiene. Sono capace di farmi anche tre docce al giorno, il che è visto con disprezzo da certi.

Al maneggio c’è una carriola solitaria. Quella che resta parcheggiata in bella vista nelle scuderie, e serve per scartare gli escrementi fatti fuori dalla stalla (ad esempio mentre il cavallo viene passeggiato per i corridoi). Venedo riempita più lentamente, è anche svuotata più di rado. Un giorno come un altro, notai che era piena e mi presi la briga di fare ciò che andava fatto.
Al primo sguardo sembravano unghie tagliate, che avrebbe avuto anche senso vista la frequenza delle visite del maniscalco. Ma bastarono quel paio di secondi per far mente locale di tutte le serie TV macabre, film dell’orrore e foto su rotten.com per riconoscere quelle mezze lune bianche. Le unghie tagliate non si muovono, al contrario delle larve che si dimenano costantemente.
Sconfitto l’istinto di vomitare, mi rendo conto che sono passata dai pannolini dei bimbi texani ai kili di merda infestata di larve australiane. Com’era il detto, dalle stelle alle stalle?
L’esperienza al maneggio durò meno del previsto. Penso che ci sia un limite alle cose che si possono imparare spalando merda. Inoltre, trovavo frustrante essere circondata da cavalli stupendi che non avevo la libertà di cavalcare.
Ho ripreso a lavorare nel settore infantile, questa volta come tata ad un bimbo di diciassette mesi. Devo dire che il pensiero che nel mio piccolo sto contribuendo al futuro di una persona, mi regala una sensazione di orgoglio e dignità.

merry fucking Christmas

Alle 7:40 ha squillato il telefono.
Si dava il caso che fossi sveglia, (l’alchool che ho bevuto ieri sera ha formato un rumoroso stagno nel mio stomaco, impedendomi di dormire).
Era mia nonna che, vittima di uno dei suoi momenti poco lucidi, dev’essersi dimenticata che comunicare con esseri umani prima delle 10:00 am è contro la mia religione.
“Oh, ciao Rossellina. Volevo chiedere un’informazione al papà, ma visto che ci sono la chiedo a te: la mamma viene per Natale?”

Negli Stati Uniti sotto Natale è usanza scrivere una lettera, con orribile ritratto di famiglia allegato, ad amici e parenti. Generalmente si tratta di un resoconto di ciò che è accaduto durante l’anno che sta per terminare, tipo “Cari amici, questo è stato un anno pieno di grossi traguardi per la famiglia Robinson! Jason ha finito il College, Britney si è sposata (alla tenera età di diciotto anni), e purtroppo Marley il cane è passato a miglior vita…”
Nonostante non sia male l’idea di mantenere i contatti, almeno annualmente, con amici e parenti; trovo frustrante l’invito a tirare le somme.
Tanto per cominciare, il tempo è un argomento sensibile per me. Non vivendo una vita convenzionalmente strutturata, quando si parla di tempo ho sempre la sensazione di essere rimasta indietro.
Tizia sta per laurearsi perchè è nata nell’88, caio ha solo 24 anni eppure lavora ed è economicamente indipendente. Io cosa dovrei dire?
Rossella ha 21 anni e ha già perso il conto delle volte che si è tinta i capelli.
Ma oltre ad avere dei seri complessi di inferiorità nei confronti di persone che hanno precisi traguardi da raggiungere in un tempo prestabilito, ho anche altre perplessità.
Non sono mai stata una persona mattutina, e con questo intendo dire che anche se ho la capacità fisica di svegliarmi, il mio cervello non diventa completamente attivo fino al tardo pomeriggio/sera.
Sono disoccupata e praticamente nulla facente da più di sei mesi, dunque non è sorpendente che le mie giornate generalmente inizino dopo le 13:00. Quando io inizio a strofinarmi gli occhi e contemplare un risveglio, la maggior parte delle persone che conosco hanno già mangiato due pasti e contribuito all’innalzamento del PIL.
Recupero queste ore stando sveglia fino a notte fonda, con la magra consolazione che il tempo è solo un concetto astratto e ci sono parecchie persone sveglie come me in Cina.
Ecco. Una cosa che disprezzo dell’Italia è proprio questa omologazione dei ritmi naturali delle persone.
Non esisono bar o supermercati aperti 24 ore su 24. Le uniche persone oltre a me che rimangono produttive dopo le 22:00, sono prostitute e spacciatori.
Quando vivevo a Austin e non riuscivo a dormire, andavo in un internet cafè, ordinavo una tazza di latte e miele e andavo su facebook o leggevo un libro, circondata da altre creature della notte.
Ma torniamo a questo resoconto.

Natale 2009 è stato il primo Natale dopo la separazione dei miei genitori e ho rifiutato di passarlo in famiglia. Da bravi intellettuali, noi Laeng non sprechiamo fiato parlando di futili cose terrene come il divorzio e la depressione. Piuttosto parliamo di cose importanti come la fisica, la matematica, gli orologi Svizzeri…ma per quanto si possa imparare a tavola con i Laeng, crollai davanti alla pretesa che passassi il pranzo di Natale a citare Dante, ignorando completamente la sedia vuota di fianco a me.

Decisi dunque di festeggiare il non-Natale con un’amica altrettanto disillusa dalla festa. Non sapendo esattamente come festeggiare il non-Natale, decidemmo che si sarebbe trattato di una cena fra amici. Un ritrovo di grinch disinteressati a passare questa giornata circondati da parenti, regali e spirito natalizio.
Comprammo un arrosto di pollo, scoprendo successivamente che si trattava in un intero pollo avvolto da strati di pancetta. Pensavamo di servire un fragrante arrosto affettato finemente, invece ci siamo ritrovate con una carcassa che sembrava esser stata presa a mazzate. Ma non ci demoralizzammo troppo, dopotutto per noi non era Natale, quindi non avevamo aspettative.

Quando ci penso, mi sembra di essere tornata al punto d’origine dopo un percorso circolare. Mi spiego:
Un anno fa ero nuovamente single. Ora sono nuovamente single.
Un anno fa ero inacidita dall’arrivo del Natale. Ora sono inacidita dall’arrivo del Natale.
Un anno fa ero in partenza per un’esperienza lavorativa, ora blablabla esperienza lavorativa.

Ieri sono andata a Milano alla ricerca di qualche fottuto regalo di Natale. Per fortuna mi ha tenuto compagnia un’amica, perchè oltre al ricordo costante che la mia situazione familiare lasci a desiderare, quest’anno si aggiunge anche la delusione sentimentale. La combinazione di queste cose ha degli effetti che si manifestano, ad esempio, con uscite del genere:
“che bello camminare per queste strade illuminate e pensare che non ho una persona speciale che mi faccia un regalo a Natale”
“wow, un cuscinetto a forma di cuore che si scalda nel microonde. Potrei regalarlo a G. con un biglietto con su scritto ‘visto che il tuo non si scalderebbe nemmeno in un forno, almeno metti questo nel microonde’”
Per non parlare poi del tempo perso a sospirare e fantasticare davanti agli oggetti più svariati, “le tende per la doccia! Anche G. ha una doccia”, “il divano che ha comprato G. è tipo questo, ma di un altro colore”, “un adattatore! Come quello che ho dato a G. prima che partisse per l’Inghilterra”
G. G. e ancora G. A un certo punto mi sarei presa a sberle da sola pur di farmi tacere.

A volte mi sembra che l’universo mi stia sfacciatamente prendendo per il culo.
Ovunque vado “vinci un viaggio per l’Australia! Parti per l’Australia! L’Australia ti stà aspettando”
Fuori nevica, il che ha smesso di essere divertente l’anno scorso quando feci una tartaruga di neve nel mio giardino.
Sapete perchè tutti partono per l’Australia? Perchè mentre noi siamo qui a rischiare l’atrofizzazione delle estremità per comprare un regalo a nostro zio, giù in Australia stanno incerando le tavole da surf e depilando l’inguine in preparazione per la spiaggia.
Dopo aver esaurito i miei tre mesi da turista, dovetti esiliarmi in Nuova Zelanda come profuga in attesa che venisse approvato il mio visto lavorativo di un anno. Una volta approvato, tornai a Sydney, ma solo per qualche settimana. I mesi in cui potrei vivere e lavorare legalmente in Australia stanno finendo e ho sentito dire da qualche parte che quel tipo di visto è concesso solo una volta nella vita…

E dopo le calde spiagge di Sydney, questa folletta di Natale andrà a passare una vera e propria stagione INVERNALE nella neve. Se mi capitasse di incontrare Babbo Natale, non esiterò a mandarlo a fan culo.

the comedian

Ho sempre pensato di avere un buon senso dell’umorismo e una discreta abilità comica.
Fin da bambina mi cimentavo nell’intrattenimento di amici e compagni con barzellette, imitazioni e gag.
Penso che abbia avuto molto a che fare con l’influenza di mio padre, che da piccola mi divertiva con semplici ma efficaci giochetti comici. Il mio preferito era il doccia-telefono: mentre facevo il bagno, si portava la doccia all’orecchio a mò di cornetta del telefono. “Pronto?! Pronto?!” esclamava confuso, finchè accendevo l’acqua e morivo dalle risate nel vedere gli spruzzi e la sua espressione di falso stupore.

Ricordo un pomeriggio in seconda elementare, quando la maestra ritirò il mio orsacchiotto Bubu e lo mise in cima alla lavagna. Aspettai che uscì a fumarsi una sigaretta con la collega (ho frequentato le elementari a Milano negli anni ’90, quando le maestre non si facevano problemi ad abbandonare una classe di bambini per farsi una pausa sigaretta).
Tentai di saltare, picchiando la lavagna nella speranza che le vibrazioni facessero cascare Bubu nelle mie braccia. Lanciai oggetti svariati verso di lui. Nulla. Al che decisi di farne un gioco, incitando l’intera classe ad unirsi in coro: “BU-BU, SAL-TA GIÙ. BU-BU, SAL-TA GIÙ”

Debuttai come attrice comica in seconda media, quando venni scelta per interpretare Sacripante nella produzione scolastica dell’Orlando Furioso.
Presi molto sul serio il compito, calandomi nella parte e occupandomi personalmente del costume. Mi procurai una folta barba finta, un cuscino come pancione e gli stivali Tibetani di mia madre con la punta all’insù. Mi esercitai per settimane a parlare con la voce profonda maschile, e il risultato fu un ibrido tra la voce di Babbo Natale e quella dello Chef dei Muppets. Il pubblico rise di gusto. Ripensandoci, penso che la chiave del mio successo non avesse tanto a che fare con l’impegno che ci misi, ma col semplice fatto che ero una bambina di undici anni vestita da uomo barbuto e obeso, e non me ne vergognavo.

Ironicamente, molti anni dopo conobbi e frequentai un aspirante comico.
Ancora più ironicamente, non capivo quasi affatto il suo senso dell’umorismo.
Griffin scriveva pezzi comici e di tanto in tanto si esibiva in appositi comedy clubs ingiro per Austin. Trovai subito intrigante quest’informazione, se non altro perchè è fuori dal comune. E poi, come si suol dire, è bene innamorarsi di un uomo che sappia farti ridere.
Ma più cercavo di conoscere il lato comico di Griffin, più rimanevo perplessa.
Lessi pagine e pagine di uno sketch intitolato “se avessi uno chimpanzee”. Si trattava della descrizione di ipotetici scenari, del tipo “avere uno chimpanzee sarebbe figo perchè, tipo, puoi insegnarli ad accenderti le sigarette”
Tentavo di mascherare la mia perplessità, ma fallivo miseramente e lui persisteva a spiegarmi che non è COSA dici che fa ridere ma è COME lo dici.
Effettivamente, anche nel dialogo di tutti i giorni Griffin aveva un modo tutto suo di esprimersi. Pause inaspettate, voci strane, sarcasmo talmente ben mascherato che la maggior parte delle volte passava inosservato.
Anche sull’autoironia riusciva ad esagerare. Cercando di riparare un flop di battuta, tentava di ridicolizzarsi. Ma invece che trasmettere il messaggio “ho fatto una battuta di merda ma ridiamo del fatto che faccia, appunto, cagare” superava di quel poco la soglia e finiva per comunicare “ho fatto una battuta di merda perchè sono un fallito e mi odio”
Ora, non sto assolutamente cercando di dire che sia un fallito come comico. Uno dei miei pezzi preferiti è quello in cui parla di Betty, la sua fidanzata immaginaria.
“La mia fidanzata immaginaria Betty dice che sono un tabagista. Dice che devo ammettere di avere un problema prima di poterlo superare, e la mia reazione è sempre ‘ma tu che cazzo ne sai di sigarette? Sei una sirena…’”

Ma la storia che cattura l’essenza della personalità e del comicismo di Griffin, è la seguente.
Eravamo a casa mia, e avevamo appena discusso per qualche motivo. Ricordo solo che lui era dalla parte del torto.
Mi sono seduta sul letto a leggere, mentre lui è scomparso in bagno per una ventina di minuti (potrei scrivere una pagina intera sul metabolismo di Griffin, ma a dir la verità ci ha già pensato lui e la usa come materiale comico).
Ad un certo punto lo sento schiarirsi la gola e quando alzo lo sguardo, lo vedo. È in piedi davanti a me, nudo come mamma l’ha fatto. Ovvero senza peli pubici.
La mia faccia cambia colore una decina di volte, e per i primi trenta secondi riesco solo a produrre strani suoni gutturali.
“Cosa, come, che, perchè? Perchè? Non capisco. Perchè? Che fine hanno…ma perchè? Griffin, perchè ti sei rasato i peli pubici?”
“Per fare pace”
Di nuovo, suoni gutturali e espressione decisamente confusa.
“Per fare pace? Ma dovrei essere felice? Eccitata? Non capisco.”
“Non lo so! Era per stupirti e farti ridere un pò visto che prima eri così arrabbiata”
Col senno di poi devo ammettere che mi aveva colta impreparata, e se il suo intento era quello di stupirmi e fare qualcosa che distogliesse la mia mente dal litigio, ci era riuscito perfettamente. Ma in quel momento, ero decisa a non dargliela vinta.
“Ma Griffin, dove te li sei ra…NON MI DIRE CHE TI SEI RASATO NEL LAVANDINO!”
L’uomo nudo scatta verso il bagno a sciacquare via le prove. Lo inseguo urlando.
Eccomi.
Sto urlando in faccia a un uomo nudo che si è appena rasato i peli del pube per strapparmi un sorriso.
“Va bene! Ho sbagliato! Ho fatto una cazzata! Speravo di farti ridere ma non ci sono riuscito”
Griffin si veste ed esce di casa dicendo “tu non mi capisci”

Dopo che partii per l’Australia, un’amica mi disse che Griffin aveva ripreso ad esibirsi regolarmente. Una sera era andata a vederlo, e lui aveva raccontato il seguente aneddoto:
“una volta io e la mia ragazza abbiamo litigato. Allora io per far pace OVVIAMENTE mi sono rasato i peli pubici. E sapete come ha reagito? Mi ha chiesto se me li ero rasati nel lavandino…”
E non era tanto COSA diceva che faceva ridere, era COME lo diceva.

habits

Secondo la bibbia di Rossella esistono solo tre modi per eliminare un brutto vizio:

1. Eliminare la tentazione
2. Sostituirlo con un altro vizio
3. Farne un’overdose al fine di stufarsene

Esempio #1: Turkey Reuben

Il Reuben è il un tipo di panino. Esistono diverse teorie sulle sue origni. Una è che provenga dalla Lituania, ma quella più accreditata è che sia stato ideato a New York in un ristorante che apparteneva a tale Arnold Reuben.
Ad ogni modo, si tratta di una bomba calorica: pane scaldato su una piastra imburrata, fette di tacchino, maionese, crauti…
Se sei mai stato a Austin (Texas), conosci il Magnolia Cafè. E se sei mai stato al Magnolia Cafè e sei minimamente furbo, avrai ordinato almeno una volta il Turkey Reuben.
In una fredda sera di Dicembre come questa, mi scalda solo il pensiero di quel piatto ovale. Sulla sua destra, delle patate al forno leggermente croccanti e speziate. A sinitra, il Reuben convenientemente tagliato in due pezzi tenuti assime da stuzzicadenti decorosi. E non dimentichiamo le salse poste in tenere vaschette di carta! Una contiene una semplicissima maionese. L’altra, una misteriosa salsa rosa di cui chiunque diventerebbe dipendente.
Conobbi il Reuben per caso, assaggiandone un morso offertomi da un’amica.
Eravamo al Magnolia per toglierci uno sfizio. È vicino a dove abitavamo ed è aperto 24 ore su 24, il che era pericoloso per una neodiplomata nottambula come la sottoscritta.
Negli Stati Uniti si parla spesso di “freshman fifteen”. “Freshman” è il termine tecnico per descrivere gli studenti universitari del primo anno, e “fifteen” si riferisce alle quindici libbre (1 libbra = 0,45 kilogrammi circa) di cui generalmente ingrassano.
Si pensa che questo sia dovuto a una serie di fattori quali stress, adattamento al nuovo ambiente/stile di vita e soprattutto alla vasta scelta che offre la mensa del college, la cui retta viene pagata annualmente. Si tratta dunque di un buffet illimitato disponibile tutto l’anno, e non sitamo parlando di uno scrauso buffet dell’Autogrill, bensì di libero accesso a palate di patatine fritte, pizza, hamburger, sciroppo d’acero e chi più ne ha più ne metta.
Io, però, non sono d’accordo con questa teoria.
Non bisogna dimenticare che negli Stati Uniti l’età legale per bere è 21 anni. Quindi se ne hai diciannove, sei via di casa per la prima volta e la polizia ha invaso l’ennesimo festino, cosa fai per intrattenerti alle 2:00 di notte?
Risposta: vai al Magnolia Cafè e MANGI.
Nei primi tempi ordinavo esclusivamente pancakes. Oltre alla novità di poter ordinare da mangiare alle due, il fatto di mangiare un piatto tipicamente consumato a colazione a notte fonda, rendeva l’esperienza ancora più innovativa.
Ma una volta assaggiato un morso di quel panino, il danno era fatto.
Il primo paio di volte non ci feci nemmeno caso. Ero venuta apposta per quello, era chiaro che l’avrei ordinato.
Poi iniziai a voltare le pagine del menu solo per far scena, già pronta a ordinarlo.
Il primo segnale di dipendenza fu quando iniziai a rifiutare il menu direttamente, dicendo che sapevo già quello che volevo. Poi il problema si fece serio. Va bene ordinare un panino a notte fonda, ci possono essere migliaia di buone scuse per farlo. Ma a colazione?
Presto il Magnolia Cafè diventò il Turkey Reuben cafè e i miei compagni di mangiate iniziarono a girare gli occhi e chiedere sarcasticamente se sapevo già cosa volevo ordinare.
Ma da brava drogata, ignorai il problema. Ignorai le calorie e i dieci dollari di spuntino. Continuai a ordinare Reuben su Reuben finchè un giorno successe qualcosa di davvero inaspettato.
Ne lasciai metà.
Senza spiegazioni, smisi di amare il Reuben e smisi di andare al Magnolia Cafè.
Ci tornai in un’altra era, dopo essermi fatta un’altra vita in un altro paese. Tornai al Magnolia in una specie di pellegrinaggio, accompagnata da un vecchio amore. Ordinai il Reuben, con l’aspettativa di riassaporare un pò di quelle emozioni provate nei primi tempi. Ma non fu così, e se mai dovessi tornare al Magnolia, penso che darei un’occhiata al menu.

l’artista

In Texas avevo una coinquilina che si definiva un’artista.
La trovai su internet. L’annuncio diceva “artista ventiseienne cerca coinquilina”.
Devo ammettere che la mia prima scelta sarebbe stato il parrucchere gay che cercava una simpatica ragazza con cui condividere il suo alloggio. Ero bella che pronta a salutare una triste esistenza di capelli unti legati a cipollotto. “Tesoro, dove credi di andare conciata così?” mi direbbe Tony, sventolando la piastra. Ma qualcun’altra è arrivata prima di me e mi sono dovuta accontentare di Cristina.
Scoprii presto che il concetto di “artista” che aveva Cristina era parecchio diverso dal mio.
Okkei, studiava Arte, faceva shopping nei negozi Vintage e girava in bici. Eppure i quadri appesi in casa oltre a fare schifo, erano palesemente il risultato di un compito assegnato a scuola. Una sedia sopra una palla disegnate in prospettiva? Il quadretto di una finestrella con le tende a pois viola?
Forse avrei empatizzato di più con la sua espressione artistica se non mi avesse trattata come un’imbecille che non avrebbe mai raggiunto il suo livello di raffinatezza.
“Adoro andare in bici perchè mi dà la sensazione di salvare il pianeta, una pedalata per volta”
“Si, carina la tua maglietta nuova. Sicuramente piaceva anche ai poveri bambini Indiani che l’hanno cucita”
Abitavamo in una casa caruccia e parecchio spaziosa. I primi giorni fantasticavo entusiasticamente su come l’avremmo potuta arredare “e qui nel giardinetto metteremo un tavolo di plastica con delle sedie, per berci delle birre in compagnia”, “amo le cucine col bancone e gli sgabelli alti. Non vedo l’ora di organizzare un sacco di cene!”
Dopo essersi sforzata di sorridere e annuire per il primo paio di settimane, Cristina fece intendere che non era assolutamente interessata a socializzare o essere in alcun modo associata a me.
Organizzammo una festa di inaugurazione della casa e quando tornai dal supermercato munita di cibo, decorazioni, candele e piatti colorati; vidi che il televisore era sparito e la chitarra era stata spostata dal salotto a camera mia (insieme al tappeto di mucca).
“Non vorrei che venissero rotti il televisore o la chitarra se decidessimo di ballare” traduzione “se i miei amici sapessero che guardo la televisione, penserebbero che sono una persona comune. E se mi chiedessero se la chitarra è mia, dovrei ammettere che non ho talento”
Imparai che l’unico modo di sopravvivere a questa convivenza, era di trarre soddisfazione dalle piccole cose. Ad esempio cancellare i suoi messaggi aggressivi-passivi dalla lavagnetta in cucina, per sostituirli con disegni.
Sono dell’idea che l’arte sia fatta per stupire e provocare, ma non ho mai conosciuto nessuno che detestasse la provocazione quanto Cristina. Voglio dire, un vero artista si farebbe una risata davanti a una raffigurazione, tra l’altro dettagliata, di un pene. Se non altro, per la sua collocazione decisamente fuori contesto! “La lavastoviglie consuma più acqua e forse dovremmo pensare meno al nostro egoismo e più alla foce del Gange che sta per prosciugarsi…PENE GIGANTE”

Ma il motivo per cui mi è venuta in mente Cristina, è che ultimamente ho pensato molto all’espressione artistica.
Nel mio caso, è quasi esclusivamente legata al mio stato emotivo.
Sono una di quelle persone che per metabolizzare la delusione sentimentale, ha bisogno di produrre. Che si tratti di scrivere, dipingere o suonare l’ukulele, ho bisogno di esternare in qualche modo ciò che ho dentro. E sono fermamente convinta che sia così per tutti gli artisti.
Un sacco di canzoni non sono che poesie scritte da qualche stronzo che è appena stato lasciato. Semplicemente si dava il caso che quello stronzo in particolare sapesse cantare.

Ma a prescindere dalla qualità della creazione, è il sentimento di fondo che accomuna gli artisti. Anzi, l’intensità del sentimento. Ci sono persone che sentono tutto. Persone incapaci di ignorare gli impulsi o sopprimere i bisogni.
Dicono che Van Gogh fosse pazzo, e allo stesso tempo era un genio della pittura. Ma diciamocelo, penso che almeno una volta nella vita saremmo capaci tutti di tagliarci un lobo dalla disperazione. Secondo me non era pazzo, era EMO.
E ho rivalutato Britney Spears quando si è rasata a zero. Non ho mai particolarmente apprezzato la sua musica, ma ragazza mia ti capisco. Una volta mi feci tagliare trenta centimetri di capelli perchè ero triste!
Ho reagito a rifiuti sfornando quadri, muffin e cover di canzonette smielate. Una volta tentai di riconquistare un ragazzo disegnando dieci pagine di fumetto, raffigurante Rossella che disegna un fumetto per riconquistare il ragazzo…

Quando Cristina litigava con Tim, la trovavo seduta al nostro magnifico bancone con un bicchiere di whiskey e un barattolo di gelato ( uno di quelli preparati artificialmente da qualche multinazionale che sta uccidendo il pianeta, un barattolo per volta). In quei momenti Cristina tornava ad essere una ragazza comune, che vuole solo essere amata e magari perdere qualche kilo.
Ed era in quei momenti che tiravo fuori l’artista che c’è in me. Le accarezzavo la schiena come se fossimo sempre state amiche e le ricordavo che lei è bella, intelligente e indipendente, e un uomo incapace di apprezzare tutto ciò non la meritava. Una performance da Oscar, insomma.

fly emirates (part one)

I’m a stewardess

Ricordo perfettamente il momento in cui mi venne l’idea di tentare una carriera come assistente di volo.
25 Dicembre 2009.
Rossella e un’amica sono spaparanzate sul divano a guardare Blow. George Jung è su una spiaggia della California. Ci narra che tutte le ragazze sono bellissime e sembrano avere in comune l’occupazione. Ma non è stata la fidanzata di George che riempiva il bagaglio a mano di cocaina ad ispirarmi; bensì la comparsa di una ragazza bionda con la camicia bianca e gli occhiali da sole. Mastica una cicca, tiene la mano destra sul fianco e con la sinistra indica il cielo e dice “Yeah…on the airplane”.
In quel periodo ero in partenza per l’Australia e forse mi immaginavo già in spiaggia. Sta di fatto che, per un motivo o per l’altro, quella scena è stato un richiamo divino. Ho immediatamente esclamato “ecco cosa devo fare! L’assistente di volo!”
Ho contemplato a lungo, esplorando varie compagnie aeree.
Fu un’amica di famiglia che lavora per l’Alitalia a parlarmi di quella che poi diventò una vera e propria ossessione: Fly Emirates.
Nonostante non avessi mai preso un loro volo, riuscivo quasi ad immaginare il profumo dei sedili. Ho letto tutte le informazioni disponibili su questa compagnia, e più ci pensavo, più l’universo sembrava mandarmi segnali. Ovunque andavo cartelli, spot pubblicitari, gente che la menzionava…
Per richiedere un colloquio ho dovuto aspettare di avere 21 anni COMPIUTI.
Successivamente, ho risposto a un questionario e fornito informazioni personali e fotografie sul sito ufficiale.
Dopo qualche mese mi è arrivata un’email di congratulazioni. “Sei invitata a partecipare ad un open day a Milano…tra più di un mese”.
I debilitanti tempi d’attesa mi hanno dato l’occasione di costruirmi giganteschi castelli in aria. Oltre ad indicare le uscite di sicurezza allo specchio, mi sono sorpresa varie volte ad immaginare il mio matrimonio con lo sceicco seduto in prima classe. Al contrario dell’opinione pubblica, la nostra è un un’unione d’amore e non di convenienza. Lui mi capisce e mi ama per quella che sono, altrimenti perchè mi regalerebbe cavalli da corsa e macchine sportive?

La fatidica data arrivò, e non sapevo proprio cosa aspettarmi.
Entrai nel lussuoso albergo Milanese vestita, per la prima volta in vita mia, da persona adulta.
Iniziai a notare diversi giovani in ghingheri. Alte ragazze bionde, palesemente Rumene. Magri ragazzi curati, indiscutibilmente gay…
Iniziai ad avere la sensazione di far parte di un esperimento sociale, quando l’incontro sarebbe dovuto iniziare da oltre tre quarti d’ora, eppure noi eravamo ancora lì in silenzio, in piedi, in ansia.
Si avvicinò a me una bellissima ragazza mulatta che mi chiese l’ora (in Inglese). Chiaccherando, imparai che Ranadi è di Fiji. Era venuta in Italia per seguire il marito giocatore di rugby, e aveva deciso di fare il colloquio dopo che un’amica gliene aveva parlato.
Tirò fuori un bloc notes pieno di appunti. L’amica le aveva fornito una scaletta delle varie fasi alle quali saremmo presto state sottoposte.
Un’ora di spiegazioni su Dubai, Fly Emirates e il ruolo dell’assistente di volo.
Poi, cinque minuti di colloquio tète a tète, durante i quali il reclutatore deve decidere se richiamarti o meno.
Dal nulla, sbucano fuori due piccole donne dall’aspetto Indiano. Una inizia a parlare in Inglese, spiegando che adesso in maniera ordinata ci dirigeremo giù per questo corridoio, prendendo un dèpliant dal tavolo all’entrata.
Una volta che ci siamo tutti accomodati, mi guardo attorno e deduco che siamo circa una novantina.
La stessa donna ricomincia a parlare. Ci accoglie, si presenta. Si chiama Punita e scherzosamente chiede se riconosciamo il suo accento. C’è un mormorio generale, qualcuno (probabilmente basandosi sul colore della sua pelle) ci tenta: “Bangladesh!” No. “Filippine!” No.
L’amica di Ranadi l’aveva raccomandata di non parlare troppo, perchè non cercano chiaccheroni. Tenendo ciò a mente, sussurro “India”, fissando il mio dèpliant. Punita non mi sente e riprende a parlare. “Sono Indiana! E questa è la mia collega. D’aspetto potrebbe sembrarvi Indiana pure lei, ma non lo è. È di un paese molto vicino però…”
“Pakistan”, continuo a parlare col dèpliant.
“Nessuno? Va bene. È Pakistana!”
“Good job” mi sussurra Ranadi, l’unica testimone della mia sapienza.

Le dure realtà della vita di un’hostess non mi spaventano. Una donna che partorisce in aereo? Essere obbligata a sorridere al passeggero che ti ha appena insultata? Dodici ore di volo, di cui dieci passate in piedi indossando tacchi? Messi sulla bilancia con alloggio pagato a Dubai e biglietti aerei a 10% del prezzo base, mi sembra un’offerta più che ragionevole.
Finalmente arrivano i miei cinque minuti.
Ci è stato detto che se siamo stati ammessi alla fase successiva, riceveremo una telefonata entro le 14:00.
Sono le 15:00 e il mio cellulare non ha squillato. Lui cerca di consolarmi. Almeno ci ho tentato, la vita è fatta di delusioni e non mi devo arrendere. Ma come? Sembrava tanto intrigata dal mio curriculum. Ho vissuto in India un anno, e poi su novanta persone che c’erano penso che fossi una delle poche che sa davvero parlare Inglese. Mi abbraccia e mi rendo conto che forse, dopotutto, in questo periodo della mia vita ho più bisogno di amore e stabilità che di viaggi e fuso orario.
Cerco di non pensare al fatto che i miei sogni siano appena svaniti nel nulla, e lo tengo per mano mentre passeggiamo per Milano.
15:20, suona il telefono. Numero sconosciuto. Pronto? “Rossella, buone notizie! Devi tornare domani”

Siamo stati richiamati esattamente in 38 e, al nostro arrivo, ci è stata consegnata un’etichetta numerata da appicicarci al petto. Io ero il numero 38.
Prima prova: altezza.

Uno ad uno ci avviciniamo a un pezzo di scotch di carta appiccicato sulla parete, spaventosamente vicino al soffitto. “Le signorine si tolgano i tacchi”.
La prova si passa nel momento in cui almeno la prima falange del dito medio supera lo scotch. È consentito mettersi in punta di piedi, fare stretching e pregare.
Il numero 38 è fortunato nel senso che, facendo tutto per ultimo, ha modo di studiare gli avversari e la reazione delle reclutatrici. Nel caso della prova d’altezza, però, è sfortunato. Con ogni persona che gli si avvicinava, quel pezzo di scotch sembrava alzarsi mentre io rimpicciolivo a vista d’occhio. Alla quindicesima persona, ero già convinta che il fallimento era imminente. Ora della trentesima, sudavo freddo.
Mi sono incamminata verso il muro con l’entusiasmo di chi cammina verso il patibolo. Punita distoglie gli occhi dal bloc notes che ha in mano, “Good morning Rossella. How are you?”
“Hopefully, tall enough”. SBAM!
Apro gli occhi. Supero lo scotch esattamente con la prima falange del dito medio. Mi accorgo che tutti mi stanno fissando per via del rumore che ho provocato schiaffando un cinque al muro. Punita sorride, “non ha a che fare con quanto sei alto ma con la lunghezza delle tue braccia”. Torno alla mia sedia immaginandomi di avere le braccia che arrivano per terra, e di muovermi per i corridoi di un aereo con le movenze da scimmia. “Desidera qualcosa da bere?” chiedo a un passeggero, grattandomi la testa. “Una coca-cola senza ghia…” si interrompe perchè ho appena iniziato a spulciargli la testa.