Sono seduta al tavolino di un Cafè di Austin.
Una lesbica con i baffi e i pantaloni strappati sull’inguine mi riempie il bicchiere di thè freddo, mentre un ventilatore gigante riesce a spostarmi la frangia dalla fronte inumidita dal sudore.
Il tavolo di fianco al mio viene serivto da un ragazzo con entrambe le guance bucate da piercing, indossante una gonna a pieghe e un calzino diverso dall’altro.
Sono giunta alla conclusione che a Austin non mi avrebbero mai assunta come cameriera o barista, semplicemente perché ho un’apparenza troppo convenzionale per i gusti sempre più stravaganti di questa città il cui motto è ‘teniamo Austin strana’.
I ristoratori sembrano prendere parecchio alla lettera questa regola. Col trascorrere degli anni ho bevuto calici di vino riempiti da ragazze con mezza testa rasata e la lingua divisa a metà, e cocktail mischiati da individui la cui identità sessuale è tanto ambigua quanto il loro look indeciso tra l’indie rocker e il motociclista tatuato da capo a piedi.
Dopo l’ultimo colloquio che feci per lavorare in un coffee shop mi dissero che gli ero sembrata fantastica! ma non sembravo avere le idee molto chiare riguardo al mio futuro.
Mi sono grattata la testa per giorni chiedendomi che razza di progetto di vita avrei dovuto avere per preparare un cappuccino. Forse il segreto sta proprio nel mio rifiuto ad omologarmi come il resto di questa città, che si vanta del suo apprezzamento di tutto ciò che è diverso e strano, rimanendo popolata da individui diversamente uguali, o uguali perché diversi.
Ma l’ironia sembra perseguitarmi, e il caso ha voluto che tornassi in questo paradiso di fancazzisti incompresi per venire rapidamente risucchiata dal grande e competitivo mondo delle corporazioni Americane.
Una mattina come un’altra passata a sconfiggere la pseudo-depressione con un tecnica infallibile che chiamo ‘avvolgiti nelle lenzuola e ignora i problemi finchè non vanno via’, suona il telefono.
Ora, ci sono telefonate che ti cambiano la vita. A volte in maniera tragicamente disastrosa, altre con una notizia insopportabilmente bella. Ad ogni modo, quei secondi di indecisione davanti ad un numero sconosciuto; quell’attimo di ‘rispondo o non rispondo?’ diventano indimenticabili.
Cerco di schiarirmi la gola abbastanza da non sembrare addormentata. Rispondo e (senza saperlo) prendo una deviazione non indifferente in questo percorso di vita fatto decisamente a caso.
‘Parlo con la signorina Rossella? – Salve sono * e la sto chiamando a riguardo di una posizione con Apple Inc. – Se non sbaglio il suo curriculum dice che lei parla Italiano?’
Il signor * aveva ripescato il mio curriculum da uno tra i milioni di siti internet sui quali l’avevo postato.
Io non ero nemmeno al corrente del fatto che la Apple avesse degli uffici in Texas, e mai e poi mai avrei pensato che il mio bilinguismo mi avrebbe fruttato in questo angolo del globo comunemente conosciuto come il ‘Far West’. Ma come si suol dire: se la vita ti regala dei limoni, fatti una limonata! o un succo di mela, a seconda del caso…
La prima regola della Apple è mai parlare della Apple.
Dunque diciamo che sono l’agente segreto Alligatore 5, e che dalle 2 alle 11am lotto contro il crimine e il terrorismo seduta davanti allo schermo enorme di un Mac.
Quando vivevo in Italia da nullafacente mi giustificavo dicendo che stavo accumulando ore di sonno per quando sarei diventata una donna in carriera e non avrei più avuto il tempo per dormire fino alle 2 del pomeriggio.
A quanto pare sono un fottuto genio o qualche sorta di veggente, perché non avrei potuto azzeccarci di più.
Convivo con la stanchezza più totale, tirando avanti con sonnellini e quantità spregevoli di caffeina. La pausa pranzo delle 5:30 am è trascorsa dormendo in macchina, sul sedile reclinato o addirittura rannicchiata nel baule. Se non altro posso ancora provare le brezza della vita da viaggiatrice, sognando di essermi addormentata lungo un’autostrada Australiana. Ma a svegliarmi non è un canguro o una tribù di aborigeni, bensì la pila della Office Security.
Ho provato il digiuno. Ho provato a rimanere ubriaca per una sessantina di ore consecutive. Ho provato a non mangiare carne, a non parlare per una giornata intera… ma depravarmi del sonno mi era nuova, e devo dire che come esperimento umano non cessa di essere interessante.
La prima cosa che parte è la cognizione del tempo. Siamo abituati ad usare le ore di sonno come spartizione tra giorno e notte, oggi e domani. Quando si è esausti si cade immediatamente in un sonno profondissimo che, pur durando poco, al nostro risveglio ci illude di aver dormito molto più a lungo e ci lascia completamente confusi riguardo all’ora e al giorno.
Anche la realtà inizia a diventare sfuocata: mi addormento con la testa stracolma di pensieri che riguardano il lavoro, passo quel paio d’ore a sognare versioni distorte della realtà e al mio risveglio devo concedermi un attimo per ragionare sulla probabilità o meno che la mia collega si sia trasformata in un licantropo.
Dormire diventa una vera e propria ossessione. La giornata è programmata in base a quando e quanto potrò dormire. Un ragionamento semplice sarebbe pensare che la notte è il mio giorno e viceversa. Ma il nostro corpo è programmato per associare la luce del sole alle ore in cui bisogna essere svegli, dunque nonostante abbia trascorso la notte a prendermi a schiaffi pur di stare sveglia, col sorgere del sole subentra la voglia di uscire dall’ufficio buio e godere dei raggi ultra-violetti almeno per qualche ora.
Queste circostanze causano una quantità di stress non indifferente. Subentra l’istinto di sopravvivenza e la voglia di mangiare SEMPRE al fine di accumulare calorie preziose e necessarie in questo periodo di carestia. Poi ci sono altre reazioni interessanti, quali fitte allo stomaco che ti portano al pronto soccorso. Esami fatti in vano per sentirti dire ‘vai dal tuo medico di famiglia’. Il medico di famiglia ti dice che hai l’intestino sensibile. Ci sono dei farmaci, ma la soluzione migliore è non essere stressati. Così si cerca di non essere stressati finchè arriva quella busta col conto da pagare. Quanto costa sentirsi dire da un medico che devi essere meno stressata? Per fortuna ho altri 45 giorni prima che l’assicurazione medica lo decida. Speriamo che chiunque sia seduto ad una scrivania a fare quei calcoli abbia dormito più di me.
Alle 12:56 am di un Mercoledì mi risulta difficile concentrarmi sugli aspetti positivi di questo cambio di scena. Tra qualche ora sarò di nuovo in ufficio, lontana dalla bellissima casa che un amico mi ha affidato al fine di affittarne le stanze e viverci io stessa a basso prezzo. In settimana raramente trovo il tempo di visitare quelli che definisco i miei genitori adottivi: una coppia splendida che mi accoglie sempre a braccia aperte e mi include in divertenti raduni di famiglia in ranch sperduti per il Texas. Il weekend non arriva mai abbastanza in fretta, ma quando arriva riesco a stimolare la mente con viaggi improvvisati in New Orleans, o sul golfo del Messico.
Spalancando il portone e lasciandomi alle spalle l’aria condizionata, vengo immediatamente baciata dal sole scottante del sud e mi ricordo che questo covo di ribelli è il mio parco giochi. Ho boutique dell’usato da esplorare e cibo etnico preparato in un camper da assaggiare. Per non parlare della musica dal vivo, i musei d’arte e i cinema che riproducono vecchi classici e servono alcolici.
La voglia di goderti la vita e uno stipendio che (finalmente!) ti concede di farlo senza troppi sensi di colpa, sono gli ingredienti perfetti per un’esistenza felice in questa città. Almeno finchè la stanchezza diventa invincibile, e arriva l’ora di rannicchiarsi sotto le lenzuola con un grosso cane che ti alita in faccia.
Al mio risveglio è calata la notte. La coinquilina che non incrocio mai mi ha lasciato un biglietto dicendo che è avanzata della pizza. Per fortuna Epoch è aperto 24 ore su 24, e posso fare colazione alle 22 con caffè preparatomi dallo stesso tizio che aggiusta la mia bici (ho riconosciuto i tatuaggi).







