Il mio progetto di traslocare a New York a fine estate diventa più concreto e tangibile ogni giorno che passa, tra il barattolo pieno di contanti che sto faticosamente racimolando – sgobbando per ore nel Burger Bar più affollato di Austin – alle ore insonni passate online alla ricerca di un’azienda, un contatto, un qualsiasi buco in cui infilarmi nelle speranze di farcela nella metropoli per eccellenza.
Ho imparato che nella vita i morsi più saporiti son sempre gli ultimi, quando sai che la prelibatezza che hai in mano sta per finire e non sei sicuro di esser sazio. Austin per me è così, un fantastico sogno dal quale sto per svegliarmi. Ho ancora sonno e voglio star sotto le coperte, pur sapendo che mi aspetta una giornata fantastica al mio risveglio. Apprezzo e mi soffermo sulle piccole cose, i particolari che danno colore a questa città: il folk Messicano che suona nelle cucine dei ristoranti la mattina quando aprono e la notte quando chiudono, le foto di Willie Nelson ovunque vai, i pali imbrattati di locandine per questo o quell’evento eclettico, la miriade di biciclette, i tatuaggi da pescatore, i parcheggi di rimorchi che servono ogni tipo di pietanza.
I ritmi di Austin sono imprevedibili quanto il tempo. Da un momento all’altro si passa da sole cocente ad allarme tornado, e d’improvviso una strada deserta viene travolta da migliaia di turisti venuti per qualche rinomato festival musicale. Trovo buffo che una vagabonda come me sbuffi alla vista di traffico, folla, strade chiuse e code all’ingresso di ogni locale. Come se io, dopo solo qualche anno, avessi diritto a lamentarmi. Eppure navigo con un impeccabile senso d’orientamento nella mia macchinina rossa (minuscola per gli standard Texani) per le strade di questa bizzarra città che ormai conosco come le mie tasche.
Non è un posto dalle mezze misure, e io stessa sembro adottare stili di vita diversi a seconda della stagione. Ci sono lunghi periodi di carestia in cui l’interesse ad uscire ed esplorare è pari a zero. Se vivi a Austin hai sentito le solite frasi, alla fine è piccola, non ci sono ragazzi carini, vedi sempre la stessa gente… in effetti dopo qualche anno e qualche decina di lavori, sono riuscita a crearmi una ragnatela di contatti non indifferente, facendo si che la sensazione sia più simile a quella di vivere in un paese che in una città globalmente conosciuta e stimata come capitale della musica dal vivo.
Più ci penso e più mi rendo conto che tornare qui sia stata una delle decisioni migliori che abbia mai preso (seppur completamente d’impulso). L’anniversario del mio ritorno in Texas è dietro l’angolo, e pur non avendo portato a termine qualche progetto in particolare, ho la sensazione di aver raggiunto un qualche tipo di traguardo.
Mi sento diversa. Mi sento forte, indipendente. Il mondo sembra diventare più piccolo e meno spaventoso, e io spreco sempre meno tempo facendomi domande del cazzo tipo, chi sarò? cosa farò? avrò successo?
Mi convinco sempre di più che la fortuna sia frutto della coincidenza, e pur essendo una gran capra in matematica sono giunta alla conclusione che statisticamente parlando, le probabilità che qualcosa di straordinariamente diverso accada quando il nostro percorso quotidiano è pressoché uguale tutti i giorni, siano minime. È con questa logica che giustifico ciò che faccio. – Ma come, vai a New York senza progetto? – mi chiedono. Ebbene si. A parte qualche precauzione per migliorare le mie possibilità (tipo soldi per il primo periodo e un partner con cui condividere l’affitto e, ah già! l’esperienza) è tutto un grosso, grasso e succoso punto di domanda.
Tutta questa introduzione per arrivare ad un piccolo racconto sulla coincidenza che non cessa di stupirmi.
SXSW (South by South West, ovvero un festival di musica, tecnologia e cinema tenuto annualmente a Austin) 2012: la sottoscritta inizia a sentirsi tagliata fuori da tutto il divertimento, costretta a lavorare giorno dopo giorno in un ristorante in cui, soprattutto in questo periodo, la fila per entrare si avvolge attorno all’edificio per parecchi metri. I giorni in Italia passati tra amici adorati, bevute e risate le sembrano ormai ricordi sfuocati, finchè tra la folla le sembra di sentire qualcosa di anomalo seppur familiare. Ci sono tre ragazzi in fila al Burger Bar che discutono il menù ad alta voce e in Italiano. Mi avvicino curiosa, e fingendo di esser lì per scopi puramente lavorativi chiedo diligentemente in quanti sono, al fine di prenotargli un tavolo. “Three of us” risponde uno, al che domando “Where are you from?” – “Italy!” – “Anch’io! Sono Rossella! Sono di Milano!”
Il trio esplode in un boato d’urla, “Roxi! Eccoti! Finalmente!” Dopo vari abbracci e strapazzi prometto ai miei nuovi fratelli che tornerò presto a salutarli al loro tavolo. Come promesso ritorno, con tanto di birra offerta dalla casa. Chiaccheriamo del più e del meno, si trovano qui sia per lavoro che per svago (due lavorano per una casa discografica). A questo punto mi torna in mente che quella sera ho un invito a cena a casa dei genitori Texani (per maggiori informazioni vedi http://rossellalaeng.com/?p=582). Una lampadina si accende immediatamente. Fu così che invitai tre perfetti sconosciuti a cena, per lo più in una casa non mia, e con che risultato! Julia e Dani sono soliti avere un viavai di ospiti in casa, e sono il tipo di persone che apprezzano il fatto che io abbia una chiave e faccia come se fossi a casa mia, che si tratti di un caffè al volo o un pomeriggio passato di fianco alla piscina.
Veniamo accolti a braccia aperte dalla coppia più ospitale del mondo, mentre al tavolo siede una fotografa Tedesca intenta a finire un lavoro sul suo MacBook. J&D ci notificano che stanno anche ospitando una coppia di ragazzi che al momento stanno riposando, stravolti dalla promozione di un film che lui ha recentemente prodotto e diretto (Dani specifica anche che sono entrambi vegetariani e astemi. – Che palle. – penso tra me e me).
Mentre siamo intenti a sorseggiare birra e farci grasse risate, i due Ispanici emergono. Lei è in pigiama, struccata, la frangia le copre quasi gli occhi. Lui porta un grosso paio di occhiali rotondi e ha una folta chioma di capelli ricci che formano un afro. Mi alzo per stringere la mano ad entrambi, lei chiude la stretta ponendoci sopra la mano sinistra e fissandomi negli occhi mi dice che è un piacere conoscermi, che ha saputo molte cose di me, tipo che ho vissuto in India.
Siedono a tavola. Julia non esita a sfornare l’opzione vega per i due animalisti che incessantemente ringraziano e complimentano. Omar e Teresa cadono quasi in secondo piano rispetto a questo clan di Milanesi rumorosi, tuttavia partecipano attivamente nella conversazione il cui tema sembra oscillare tra stereotipi e differenze culturali, l’Italia, il Messico, Fellini e Giulia Manzoni. Chiedo al mio nuovo conoscente Omar di parlarmi del suo film, e dopo avermi spiegato a grandi linee la trama menziona (ora non ricordo esattamente in che contesto) di avere anche un background musicale. “Ah si?” i Milanesi, ormai soprannominati The Guidos, sono subito incuriositi. “Si…ho formato questa band che si chiama Mars Volta…”
Il silenzio cade. Il Guido a capotavola ha bocca e occhi spalancati. “Mars Volta?! Certo che conosco Mars Volta! Ma siete…grandissimi”. Passiamo il resto del pasto increduli, come si descrive la sensazione che si prova scoprendo di aver appena cenato con una superstar? Pure io, che sinceramente non sono mai stata una fan sfegatata, non posso che grattarmi la testa. Che razza di giornata! Becco per caso tre Italiani (una vera e propria rarità in Texas) e li porto a cena di amici dove per caso, per contatti, per coincidenze conosciamo due giovani influenzatori della scena musicale moderna (Teresa è la cantante in una band chiamata le Butcherettes. Hanno suonato a Coachella).
Julia e Dani settimana scorsa hanno ricevuto una chiamata dal tour manager di At The Drive In (l’altra band di Omar). Sono stati formalmente invitati al concerto a Austin con tanto di VIP Pass. Ridacchio pensando che un privilegio per il quale alcuni sicuramente si prostituirebbero, viene scartato senza troppi pensieri da una coppia come loro che si sente troppo vecchia per certe cose, e forse apprezza le persone di più per chi sono che per la loro fama.
E io? Io ho chiamato il mio boy-friend per raccontargli la storia: “Conosci la band Mars Volta”? – “Certo che conosco i Mars Volta, ero ossessionato al liceo.” – “Non ti immagini cosa mi è successo stasera […]” – “Sei la persona più cool che conosco.”








