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Aggiungi un Mars Volta a Tavola

Il mio progetto di traslocare a New York a fine estate diventa più concreto e tangibile ogni giorno che passa, tra il barattolo pieno di contanti che sto faticosamente racimolando – sgobbando per ore nel Burger Bar più affollato di Austin – alle ore insonni passate online alla ricerca di un’azienda, un contatto, un qualsiasi buco in cui infilarmi nelle speranze di farcela nella metropoli per eccellenza.

Ho imparato che nella vita i morsi più saporiti son sempre gli ultimi, quando sai che la prelibatezza che hai in mano sta per finire e non sei sicuro di esser sazio. Austin per me è così, un fantastico sogno dal quale sto per svegliarmi. Ho ancora sonno e voglio star sotto le coperte, pur sapendo che mi aspetta una giornata fantastica al mio risveglio. Apprezzo e mi soffermo sulle piccole cose, i particolari che danno colore a questa città: il folk Messicano che suona nelle cucine dei ristoranti la mattina quando aprono e la notte quando chiudono, le foto di Willie Nelson ovunque vai, i pali imbrattati di locandine per questo o quell’evento eclettico, la miriade di biciclette, i tatuaggi da pescatore, i parcheggi di rimorchi che servono ogni tipo di pietanza.

I ritmi di Austin sono imprevedibili quanto il tempo. Da un momento all’altro si passa da sole cocente ad allarme tornado, e d’improvviso una strada deserta viene travolta da migliaia di turisti venuti per qualche rinomato festival musicale. Trovo buffo che una vagabonda come me sbuffi alla vista di traffico, folla, strade chiuse e code all’ingresso di ogni locale. Come se io, dopo solo qualche anno, avessi diritto a lamentarmi. Eppure navigo con un impeccabile senso d’orientamento nella mia macchinina rossa (minuscola per gli standard Texani) per le strade di questa bizzarra città che ormai conosco come le mie tasche.

Non è un posto dalle mezze misure, e io stessa sembro adottare stili di vita diversi a seconda della stagione. Ci sono lunghi periodi di carestia in cui l’interesse ad uscire ed esplorare è pari a zero. Se vivi a Austin hai sentito le solite frasi, alla fine è piccola, non ci sono ragazzi carini, vedi sempre la stessa gente… in effetti dopo qualche anno e qualche decina di lavori, sono riuscita a crearmi una ragnatela di contatti non indifferente, facendo si che la sensazione sia più simile a quella di vivere in un paese che in una città globalmente conosciuta e stimata come capitale della musica dal vivo.

Più ci penso e più mi rendo conto che tornare qui sia stata una delle decisioni migliori che abbia mai preso (seppur completamente d’impulso). L’anniversario del mio ritorno in Texas è dietro l’angolo, e pur non avendo portato a termine qualche progetto in particolare, ho la sensazione di aver raggiunto un qualche tipo di traguardo.
Mi sento diversa. Mi sento forte, indipendente. Il mondo sembra diventare più piccolo e meno spaventoso, e io spreco sempre meno tempo facendomi domande del cazzo tipo, chi sarò? cosa farò? avrò successo?

Mi convinco sempre di più che la fortuna sia frutto della coincidenza, e pur essendo una gran capra in matematica sono giunta alla conclusione che statisticamente parlando, le probabilità che qualcosa di straordinariamente diverso accada quando il nostro percorso quotidiano è pressoché uguale tutti i giorni, siano minime. È con questa logica che giustifico ciò che faccio. – Ma come, vai a New York senza progetto? – mi chiedono. Ebbene si. A parte qualche precauzione per migliorare le mie possibilità (tipo soldi per il primo periodo e un partner con cui condividere l’affitto e, ah già! l’esperienza) è tutto un grosso, grasso e succoso punto di domanda.

Tutta questa introduzione per arrivare ad un piccolo racconto sulla coincidenza che non cessa di stupirmi.

SXSW (South by South West, ovvero un festival di musica, tecnologia e cinema tenuto annualmente a Austin) 2012: la sottoscritta inizia a sentirsi tagliata fuori da tutto il divertimento, costretta a lavorare giorno dopo giorno in un ristorante in cui, soprattutto in questo periodo, la fila per entrare si avvolge attorno all’edificio per parecchi metri. I giorni in Italia passati tra amici adorati, bevute e risate le sembrano ormai ricordi sfuocati, finchè tra la folla le sembra di sentire qualcosa di anomalo seppur familiare. Ci sono tre ragazzi in fila al Burger Bar che discutono il menù ad alta voce e in Italiano. Mi avvicino curiosa, e fingendo di esser lì per scopi puramente lavorativi chiedo diligentemente in quanti sono, al fine di prenotargli un tavolo. “Three of us” risponde uno, al che domando “Where are you from?” – “Italy!” – “Anch’io! Sono Rossella! Sono di Milano!”
Il trio esplode in un boato d’urla, “Roxi! Eccoti! Finalmente!” Dopo vari abbracci e strapazzi prometto ai miei nuovi fratelli che tornerò presto a salutarli al loro tavolo. Come promesso ritorno, con tanto di birra offerta dalla casa. Chiaccheriamo del più e del meno, si trovano qui sia per lavoro che per svago (due lavorano per una casa discografica). A questo punto mi torna in mente che quella sera ho un invito a cena a casa dei genitori Texani (per maggiori informazioni vedi http://rossellalaeng.com/?p=582). Una lampadina si accende immediatamente. Fu così che invitai tre perfetti sconosciuti a cena, per lo più in una casa non mia, e con che risultato! Julia e Dani sono soliti avere un viavai di ospiti in casa, e sono il tipo di persone che apprezzano il fatto che io abbia una chiave e faccia come se fossi a casa mia, che si tratti di un caffè al volo o un pomeriggio passato di fianco alla piscina.
Veniamo accolti a braccia aperte dalla coppia più ospitale del mondo, mentre al tavolo siede una fotografa Tedesca intenta a finire un lavoro sul suo MacBook. J&D ci notificano che stanno anche ospitando una coppia di ragazzi che al momento stanno riposando, stravolti dalla promozione di un film che lui ha recentemente prodotto e diretto (Dani specifica anche che sono entrambi vegetariani e astemi. – Che palle. – penso tra me e me).
Mentre siamo intenti a sorseggiare birra e farci grasse risate, i due Ispanici emergono. Lei è in pigiama, struccata, la frangia le copre quasi gli occhi. Lui porta un grosso paio di occhiali rotondi e ha una folta chioma di capelli ricci che formano un afro. Mi alzo per stringere la mano ad entrambi, lei chiude la stretta ponendoci sopra la mano sinistra e fissandomi negli occhi mi dice che è un piacere conoscermi, che ha saputo molte cose di me, tipo che ho vissuto in India.
Siedono a tavola. Julia non esita a sfornare l’opzione vega per i due animalisti che incessantemente ringraziano e complimentano. Omar e Teresa cadono quasi in secondo piano rispetto a questo clan di Milanesi rumorosi, tuttavia partecipano attivamente nella conversazione il cui tema sembra oscillare tra stereotipi e differenze culturali, l’Italia, il Messico, Fellini e Giulia Manzoni. Chiedo al mio nuovo conoscente Omar di parlarmi del suo film, e dopo avermi spiegato a grandi linee la trama menziona (ora non ricordo esattamente in che contesto) di avere anche un background musicale. “Ah si?” i Milanesi, ormai soprannominati The Guidos, sono subito incuriositi. “Si…ho formato questa band che si chiama Mars Volta…”
Il silenzio cade. Il Guido a capotavola ha bocca e occhi spalancati. “Mars Volta?! Certo che conosco Mars Volta! Ma siete…grandissimi”. Passiamo il resto del pasto increduli, come si descrive la sensazione che si prova scoprendo di aver appena cenato con una superstar? Pure io, che sinceramente non sono mai stata una fan sfegatata, non posso che grattarmi la testa. Che razza di giornata! Becco per caso tre Italiani (una vera e propria rarità in Texas) e li porto a cena di amici dove per caso, per contatti, per coincidenze conosciamo due giovani influenzatori della scena musicale moderna (Teresa è la cantante in una band chiamata le Butcherettes. Hanno suonato a Coachella).
Julia e Dani settimana scorsa hanno ricevuto una chiamata dal tour manager di At The Drive In (l’altra band di Omar). Sono stati formalmente invitati al concerto a Austin con tanto di VIP Pass. Ridacchio pensando che un privilegio per il quale alcuni sicuramente si prostituirebbero, viene scartato senza troppi pensieri da una coppia come loro che si sente troppo vecchia per certe cose, e forse apprezza le persone di più per chi sono che per la loro fama.
E io? Io ho chiamato il mio boy-friend per raccontargli la storia: “Conosci la band Mars Volta”? – “Certo che conosco i Mars Volta, ero ossessionato al liceo.” – “Non ti immagini cosa mi è successo stasera […]” – “Sei la persona più cool che conosco.”

Free Jazz

Ritengo di avere un gusto musicale alquanto variopinto e relativamente raffinato, seppur accompagnato da un forte spirito critico.

Tendenzialmente rispetto la filosofia che è bello ciò che piace, ma penso che osservazioni, critiche e giudizi sulla superiorità di un genere rispetto a un altro siano perfettamente leciti.

Mio padre, che oltre ad essere matematico è anche un appassionato musicista, aveva grandi speranze per il mio futuro musicale, e in quanto ad educazione ricevetti la crème de la crème. Lo seguii alle prove del coro e ai pranzi domenicali a casa di Patrizia, con la quale si dilettava in performance di brani di Falstaff, Cincillà e altre opere/operette. Verso l’età di cinque anni, nella lista delle mie cassette preferite da guardare c’era una produzione de Il Flauto Magico di Mozart. Ero ossessionata dal personaggio di Papagheno, il pappagallino in cerca d’amore. Un anno a carnevale decisi di volermi travestire proprio da Papagheno, così mia madre, molto diligentemente, cucì dei pezzi di stoffa ad un passamontagna dal quale mi separai di rado nei mesi a seguire.
In contrapposizione ai gusti classici di mio padre, c’erano quelli di mia madre (Americana cresciuta da un figlio dei fiori appassionato di musical) a contribuire all’eclettico repertorio musicale della mia infanzia. Ma gli anni passarono, le lezioni di pianoforte divennero pallose e ormai esistevano i Luna Pop, le Spice Girls, gli Aqua… Così, come ogni altro adolescente, passai una fase demenziale alla Feltrinelli a comprare ‘i singoli’.

Non intendo soffermarmi troppo sulle mie imprese musicali. Ero e rimango entusiasmata e incuriosita da una miriade di generi provenienti da ogni angolo del mondo, tuttavia non posso nemmeno lontanamente definirmi musicista. Oltre alla conoscenza di qualche accordo su chitarra e ukulele, e la fortuna di non essere completamente stonata, ho poche risorse su cui fare affidamento per una seria e qualificata critica musicale.

Poche sere fa, però, ho vissuto un’esperienza musicale memorabile per l’ira che mi ha causato.

Accettai volentieri l’invito ad un concerto Jazz, un evento considerato underground, tenuto in un piccolo locale universitario. Spazio limitato, costo del biglietto più alto del solito, e nomi che non ho mai sentito (anche se, a dirla tutta, gli unici jazzisti di cui so il nome sono morti da un pezzo).

Mi tuffai ad occhi chiusi (forse per curiosità? o per rispetto nei confronti di chi mi invitò?) in quella che si rivelò essere una serata di tristi scoperte.

Sul palchetto, distante pochi centimetri dal tavolo a cui siedo, sono ammassati pianoforte, batteria, borse e oggettistica varia. Dopo un’introduzione fatta d’elogi e ringraziamenti, salgono sul palco i quattro gatti che aspettavamo. In ordine di importanza (deciso dalla sottoscritta): pianista vergine a trent’anni con l’orologio gigante al polso, suonatore di clarinetto: basso, grasso che però guadagna punti per il Borsalino in testa. Alla vostra destra ecco il batterista, giovane dall’acconciatura à la Justin Bieber, vestito di nero da capo a piedi (scopriremo più tardi che dietro all’apparenza così hip si nasconde un pervertito di prima categoria).

Dulcis in fundo: al sassofono abbiamo la star della serata, lo stereotipo vivente del jazzista che se ne frega, ma proprio di tutto. Dai capelli scombinati, alla barba non fatta e la camicia non stirata. Ragazzi, questo è jazz! e nessuno ti prende sul serio se non sembri un barbone alcolizzato mentre suoni.

In tutta sincerità non mi lascio scoraggiare dall’apparenza. A scoraggiarmi piuttosto è un’occhiata data al pubblico che mi circonda, a questo piccolo conglomero di spettatori di cui faccio parte. Attorno a me si è radunata la presunzione fatta a persona, o meglio fatta a teste pelate e occhiali enormi. L’espressione di tutti sembra dire ‘sono qui perché valgo…più di quanto valga la persona media’. Uno dei pelati indossa una dolcevita nera che legge io usavo il Mac quando il Mac non era cool – Ma ammazzati, Steve 2 la vendetta. -

I nostri eroi sono pronti a suonare. Il sassofonista tenta qualche misera battutina, ottenendo un tuonare di ristate grasse quanto false.
Poi conta a one, a two, a one two three fuor…

Clarinetto e sassofono iniziano ad emettere strani suoni anomali completamente in disaccordo tra di loro. Il vecchio spettinato interrompe tutto. Diventa subito chiaro che ha sbagliato, tuttavia decide di incolpare l’anziano che ha tentato di scattargli una foto: “quella lucina rossa che esce quando scatti la foto…è molto fastidiosa quando stai cercando di leggere la musica”. L’anziano china la testa mortificato, e qualcosa dentro di me inizia a morire lentamente.

Ma quello era solo l’inizio.

Cercando la definizione di Free Jazz, si scopre che non c’è una vera e propria definizione di Free Jazz. Gli artisti ritengono che il genere non sia definibile o classificabile, in quanto una definizione limiterebbe l’approccio a questa espressione musicale. Io personalmente modificherei lievemente l’affermazione, dicendo che il Free Jazz non sia classificabile come genere e tantomeno definibile come musica, ma descriviamolo pure come approccio ad un’espressione musicale (se per espressione musicale si intende la produzione di suoni scoordinati, privi di regole ritmiche e armonia).

Una delle prime cose che noto, oltre al fatto che questa “musica” mi stia provocando un vero e proprio sconforto fisico e un forte senso d’ansia e frustrazione; è che il tutto è talmente disorganizzato e atonale che risulta impossibile da seguire, e tanto meno memorizzare. Mi spiego: non ci sono versi e di conseguenza strofe che siano riconoscibili, dunque è impossibile ricordare ‘come fa’ quella canzone. Tutto si amalgama in un unico e disordinato insieme di suoni, creando una sorta di giungla musicale dove gli animali si fanno tutti i cazzi propri. Così ogni pezzo diventa uguale all’altro, perché è impossibile ricordare l’elemento che distingue canzone A) da canzone B). Eppure son canzoni! Canzoni composte e stampate su spartiti con tanto di titoli mezzi sarcastici che sfottono la musica main stream e chi l’ascolta.

Entro la prima decina di minuti capisco che questo concerto non mi piacerà. Me ne faccio una ragione e cerco altri modi di passare il tempo, tipo giocare a ‘chi finisce più in fretta la birra’ da sola, e osservare uno ad uno i musicisti, dimenticando la musica e focalizzando solo sul loro linguaggio del corpo.

Mi chiedo cosa pensi un sordo a un concerto? Fare il musicista è proprio un lavoraccio sporco! Tra la birra e la musica che ormai è diventata ipnotica, inizio a notare strane cose. Ogni tot il sassofonista smette di suonare per svitare il boccale dallo strumento e rovesciare mezzo bicchiere di saliva sul pavimento. Nel frattempo batteria e batterista stanno intraprendendo uno strano rituale d’accoppiamento: Bieber, ad occhi chiusi, si lecca le dita per poi strusciarle sensualmente sui tamburi. Poi, come se lo stessero chiamando delle sirene arrapate, si rivolge di scatto alla fila di piccoli gong, i quali solletica dolcemente con i mallet.

Questo esperimento sociale diventa ancora più complesso quando, guardandomi attorno, noto che alla gente sembrerebbe piacere quello che sta accadendo. A braccia conserte annuiscono assiduamente, chiudendo gli occhi e aspirando quest’aria di presa per il culo.

La mia teoria è alquanto semplice: che sia colpa della società o dell’assuefazione a un numero limitato di generi, non resta comunque un dato di fatto che noi esseri umani siamo fatti per apprezzare toni e melodie che si trovano in natura e che possiamo quindi comprendere? Che senso ha qualcosa che non ha senso? Mi gratto la testa. Sono incredula. Sono circondata da stronzi e buffoni, eppure sono IO a sentirmi ignorante, poco sofisticata e inferiore a questa gente che per qualche motivo assurdo apprezza ‘sto circo d’un concerto.

Il Jazz fu inventato dagli Afroamericani per distrarsi dall’oppressione muovendosi ai ritmi pseudo tribali e vivi, così simbolici di questo genere. Oggi un gruppo di ciccioni paonazzi sputa sulla storia e la tradizione, definendosi geni perché han creato un genere che stupisce, lascia ammutoliti e porta a pensare.

Entro la fine della serata non ero solo delusa che non mi fosse piaciuto il genere, ero furibonda che questo evento avesse avuto luogo nel tempo, e tutt’ora rimango dell’idea che la musica non sia fatta per creare sconforto o una nuova nicchia di stronzi che vogliono sembrare avant-garde.

Ma chi sono io per giudicare?

Alla fine del dibattito, il fatto che quello sia il suo batterista preferito e che questo genere, in verità, significhi molto per lui non ha importanza. Tra un mese parte per inseguire il sogno di diventare uno di quegli stronzi sul palco, e ho solo da augurargli il meglio (ok, gli ho augurato anche di non leccare i tamburi se vuole che continui a rivolgergli la parola).

E io? Beh, io tra qualche mese lo seguo e continuo questa disperata ricerca, rassicurata dal fatto che New York ha molto da offrire oltre al Free Jazz e, chissà, magari troverò anch’io un sogno senza senso.

Rossella e la Grande Mela

Sono seduta al tavolino di un Cafè di Austin.
Una lesbica con i baffi e i pantaloni strappati sull’inguine mi riempie il bicchiere di thè freddo, mentre un ventilatore gigante riesce a spostarmi la frangia dalla fronte inumidita dal sudore.
Il tavolo di fianco al mio viene serivto da un ragazzo con entrambe le guance bucate da piercing, indossante una gonna a pieghe e un calzino diverso dall’altro.

Sono giunta alla conclusione che a Austin non mi avrebbero mai assunta come cameriera o barista, semplicemente perché ho un’apparenza troppo convenzionale per i gusti sempre più stravaganti di questa città il cui motto è ‘teniamo Austin strana’.
I ristoratori sembrano prendere parecchio alla lettera questa regola. Col trascorrere degli anni ho bevuto calici di vino riempiti da ragazze con mezza testa rasata e la lingua divisa a metà, e cocktail mischiati da individui la cui identità sessuale è tanto ambigua quanto il loro look indeciso tra l’indie rocker e il motociclista tatuato da capo a piedi.

Dopo l’ultimo colloquio che feci per lavorare in un coffee shop mi dissero che gli ero sembrata fantastica! ma non sembravo avere le idee molto chiare riguardo al mio futuro.
Mi sono grattata la testa per giorni chiedendomi che razza di progetto di vita avrei dovuto avere per preparare un cappuccino. Forse il segreto sta proprio nel mio rifiuto ad omologarmi come il resto di questa città, che si vanta del suo apprezzamento di tutto ciò che è diverso e strano, rimanendo popolata da individui diversamente uguali, o uguali perché diversi.

Ma l’ironia sembra perseguitarmi, e il caso ha voluto che tornassi in questo paradiso di fancazzisti incompresi per venire rapidamente risucchiata dal grande e competitivo mondo delle corporazioni Americane.

Una mattina come un’altra passata a sconfiggere la pseudo-depressione con un tecnica infallibile che chiamo ‘avvolgiti nelle lenzuola e ignora i problemi finchè non vanno via’, suona il telefono.
Ora, ci sono telefonate che ti cambiano la vita. A volte in maniera tragicamente disastrosa, altre con una notizia insopportabilmente bella. Ad ogni modo, quei secondi di indecisione davanti ad un numero sconosciuto; quell’attimo di ‘rispondo o non rispondo?’ diventano indimenticabili.
Cerco di schiarirmi la gola abbastanza da non sembrare addormentata. Rispondo e (senza saperlo) prendo una deviazione non indifferente in questo percorso di vita fatto decisamente a caso.
‘Parlo con la signorina Rossella? – Salve sono * e la sto chiamando a riguardo di una posizione con Apple Inc. – Se non sbaglio il suo curriculum dice che lei parla Italiano?’

Il signor * aveva ripescato il mio curriculum da uno tra i milioni di siti internet sui quali l’avevo postato.
Io non ero nemmeno al corrente del fatto che la Apple avesse degli uffici in Texas, e mai e poi mai avrei pensato che il mio bilinguismo mi avrebbe fruttato in questo angolo del globo comunemente conosciuto come il ‘Far West’. Ma come si suol dire: se la vita ti regala dei limoni, fatti una limonata! o un succo di mela, a seconda del caso…

La prima regola della Apple è mai parlare della Apple.
Dunque diciamo che sono l’agente segreto Alligatore 5, e che dalle 2 alle 11am lotto contro il crimine e il terrorismo seduta davanti allo schermo enorme di un Mac.

Quando vivevo in Italia da nullafacente mi giustificavo dicendo che stavo accumulando ore di sonno per quando sarei diventata una donna in carriera e non avrei più avuto il tempo per dormire fino alle 2 del pomeriggio.
A quanto pare sono un fottuto genio o qualche sorta di veggente, perché non avrei potuto azzeccarci di più.

Convivo con la stanchezza più totale, tirando avanti con sonnellini e quantità spregevoli di caffeina. La pausa pranzo delle 5:30 am è trascorsa dormendo in macchina, sul sedile reclinato o addirittura rannicchiata nel baule. Se non altro posso ancora provare le brezza della vita da viaggiatrice, sognando di essermi addormentata lungo un’autostrada Australiana. Ma a svegliarmi non è un canguro o una tribù di aborigeni, bensì la pila della Office Security.

Ho provato il digiuno. Ho provato a rimanere ubriaca per una sessantina di ore consecutive. Ho provato a non mangiare carne, a non parlare per una giornata intera… ma depravarmi del sonno mi era nuova, e devo dire che come esperimento umano non cessa di essere interessante.

La prima cosa che parte è la cognizione del tempo. Siamo abituati ad usare le ore di sonno come spartizione tra giorno e notte, oggi e domani. Quando si è esausti si cade immediatamente in un sonno profondissimo che, pur durando poco, al nostro risveglio ci illude di aver dormito molto più a lungo e ci lascia completamente confusi riguardo all’ora e al giorno.

Anche la realtà inizia a diventare sfuocata: mi addormento con la testa stracolma di pensieri che riguardano il lavoro, passo quel paio d’ore a sognare versioni distorte della realtà e al mio risveglio devo concedermi un attimo per ragionare sulla probabilità o meno che la mia collega si sia trasformata in un licantropo.

Dormire diventa una vera e propria ossessione. La giornata è programmata in base a quando e quanto potrò dormire. Un ragionamento semplice sarebbe pensare che la notte è il mio giorno e viceversa. Ma il nostro corpo è programmato per associare la luce del sole alle ore in cui bisogna essere svegli, dunque nonostante abbia trascorso la notte a prendermi a schiaffi pur di stare sveglia, col sorgere del sole subentra la voglia di uscire dall’ufficio buio e godere dei raggi ultra-violetti almeno per qualche ora.

Queste circostanze causano una quantità di stress non indifferente. Subentra l’istinto di sopravvivenza e la voglia di mangiare SEMPRE al fine di accumulare calorie preziose e necessarie in questo periodo di carestia. Poi ci sono altre reazioni interessanti, quali fitte allo stomaco che ti portano al pronto soccorso. Esami fatti in vano per sentirti dire ‘vai dal tuo medico di famiglia’. Il medico di famiglia ti dice che hai l’intestino sensibile. Ci sono dei farmaci, ma la soluzione migliore è non essere stressati. Così si cerca di non essere stressati finchè arriva quella busta col conto da pagare. Quanto costa sentirsi dire da un medico che devi essere meno stressata? Per fortuna ho altri 45 giorni prima che l’assicurazione medica lo decida. Speriamo che chiunque sia seduto ad una scrivania a fare quei calcoli abbia dormito più di me.

Alle 12:56 am di un Mercoledì mi risulta difficile concentrarmi sugli aspetti positivi di questo cambio di scena. Tra qualche ora sarò di nuovo in ufficio, lontana dalla bellissima casa che un amico mi ha affidato al fine di affittarne le stanze e viverci io stessa a basso prezzo. In settimana raramente trovo il tempo di visitare quelli che definisco i miei genitori adottivi: una coppia splendida che mi accoglie sempre a braccia aperte e mi include in divertenti raduni di famiglia in ranch sperduti per il Texas. Il weekend non arriva mai abbastanza in fretta, ma quando arriva riesco a stimolare la mente con viaggi improvvisati in New Orleans, o sul golfo del Messico.

Spalancando il portone e lasciandomi alle spalle l’aria condizionata, vengo immediatamente baciata dal sole scottante del sud e mi ricordo che questo covo di ribelli è il mio parco giochi. Ho boutique dell’usato da esplorare e cibo etnico preparato in un camper da assaggiare. Per non parlare della musica dal vivo, i musei d’arte e i cinema che riproducono vecchi classici e servono alcolici.

La voglia di goderti la vita e uno stipendio che (finalmente!) ti concede di farlo senza troppi sensi di colpa, sono gli ingredienti perfetti per un’esistenza felice in questa città. Almeno finchè la stanchezza diventa invincibile, e arriva l’ora di rannicchiarsi sotto le lenzuola con un grosso cane che ti alita in faccia.

Al mio risveglio è calata la notte. La coinquilina che non incrocio mai mi ha lasciato un biglietto dicendo che è avanzata della pizza. Per fortuna Epoch è aperto 24 ore su 24, e posso fare colazione alle 22 con caffè preparatomi dallo stesso tizio che aggiusta la mia bici (ho riconosciuto i tatuaggi).

blood money

Partire e ricominciare da capo sta diventando una vera e propria droga per me. Quegli ultimi attimi prima di salutarsi per un tempo indeterminato hanno sempre un sapore più intenso, e temo di essermi tirata la zappa sui piedi adottando questo stile di vita. E se non riuscissi mai più ad accontentarmi di un ritmo convenzionale, fatto di routine e abitudine?
Ho sempre detestato gli addii, così stracolmi di emozioni e aspettative impossibili da realizzare. Fu proprio per questo che mi prefissai di passare un ultimo weekend assieme senza aspettative di discorsi stravolgenti. Volevo solo momenti semplici e stupendi, per finire in bellezza ciò che eravamo riusciti a imbruttire così tanto in solo un anno di relazione.
Fin dall’infanzia genitori e insegnanti ci avvertono dei rischi correlati all’attività sessuale. Elencano conseguenze sgradevoli e complicazioni quali gravidanze indesiderate, malattie… per non parlare poi delle inaspettate reazioni morali e del concatenarsi di disastri sentimentali che possono susseguire.
Ma nonostante l’impeccabile conoscenza dei vari sistemi di precauzione e la testa che ho imparato a portarmi sulle spalle prima di imbarcarmi in un rapporto sessuale, nessuno poteva prevedere i danni materiali causati da un momento di passione sfuggente, finito in tragedia quando il mio MacBook è precipitato per terra dal divano, con tanto di capriola su se stesso.
Il tempo si ferma. Le nostre espressioni mutano in slow motion, e non di certo per la posizione compromettente in cui ci troviamo. Trattengo un urlo disperato alla vista dell’arcobaleno traballante color vomito che compare sullo schermo.
Così passiamo la nostra ultima giornata assieme (una bellissima e soleggiata Domenica) alla disperata ricerca di qualcuno che aggiusti il mio computer. Solo quando il sole inizia a tramontare mi rendo conto di essermi giocata quelle ore contate, nel disperato tentativo di salvare qualche dato, foto, canzone. Come se fossero quelli gli strumenti necessari a tenere vivo un ricordo che per forza di cose è destinato a svanire, prima o poi.

Cambio di scena: parecchie settimane dopo sono finalmente riuscita a trapiantare un nuovo disco rigido nel Mac (un’operazione lunga, ardua e assistita da parecchi nerd del Genius Bar di Market St, San Francisco). Neanche a farlo apposta, anche il mio pc è arrivato a Austin pronto per un nuovo inizio, con tanto di memoria nuova tutta da riempire.
Seduta sul mio nuovo letto, nella mia nuova stanza, nella mia nuova casa; quegli ultimi attimi passati assieme a lui sembrano un sogno lontano.
Sono circondata da ricordi dell’India, foto delle amiche Lecchesi e altri souvenir che avevo lasciato qui. Ho la sensazione di aver viaggiato nel tempo. Qualche mese in Australia, un salto in Nuova Zelanda, dieci mesi in Italia e PUF! Ri eccomi in Texas.
Ad attutire il colpo questa volta c’è una compagna d’avventure, un pilastro nella vita Lecchese che ha deciso di seguirmi (folle donna…), nel tentativo di perfezionare il suo Inglese e, perché no! Farsi un’esperienza di vita à la Rossella per qualche mese.

Vivo in una casetta incantevole nella East Side. Passando il cimitero, lo spacciatore di crack e il vecchietto schizofrenico che vive alla fermata del bus, giri a destra e c’è casa mia.
A dirla tutta, la casa è del padre di una bambina che frequenta l’asilo nel quale lavoravo nella mia vita precedente. Oltre che vederli a scuola, ogni tanto facevo la baby-sitter per lei e suo fratello. Questo ha fatto si che nascesse un’amicizia tra me e la loro madre, Tricia; la quale mi fece la proposta di vivere in casa dell’allora ex fidanzato (e ora marito) che è dovuto andare in Iraq per un anno. In cambio di venticinque ore mensili di baby sitting, io e la mia coinquilina abbiamo temporaneamente ereditato questo piccolo paradiso (che include due cani, un gatto e visite sporadiche da parte di un branco di polli del quartiere).
Pagare l’affitto in amore non è niente male, soprattutto se i bambini sono divertenti. Lo scorso weekend si sono fermati a dormire. Alle 7:30 di domenica mattina Lucy (4.5 anni) mi ha svegliata dichiarando che era ora di alzarsi, ROSS. A seguire suo fratello Malcom (7), che mi ricorda che è mio dovere preparargli la colazione. Riesco a farli entrare nel letto con me, supplicando ‘solo altri cinque minuti…’, ma entro breve sono in piedi e sto cucinando pancakes.

Non ho ancora trovato una fonte di reddito. Temo che tra economia traballante e aumentata popolarità di Austin (votata tra le città più fighe in cui abitare da qualche rivista), i lavori scarseggino. Ho rifiutato, forse stupidamente, di tornare all’asilo. Questo per evitare drammi con l’ex ragazzo che ora lavora lì. Ero inoltre convinta di trovare subito qualche lavoro come cameriera o barista, che in questo paese comporta notevoli mancie. Mancie=tanti soldi=mettili da parte e vai in Messico appena Bau torna dall’Iraq.
Dopo tre settimane di curriculum lasciati in giro ero ancora in alto mare. Giunsi quindi alla conclusione che era arrivata l’ora di vendere il mio corpo. Per l’esattezza, il mio plasma.
Il plasma è la parte liquida del sangue che trasporta globuli rossi, globuli bianchi e piastrine, e in questo paese lo puoi vendere. Non è sorprendente che questi centri di ‘donazione’ attraggano gruppi variegati di persone interessanti da osservare.
Prima di iniziare la plasmaferesi, si viene sottoposti ad una serie di controlli di documenti, per passare poi alla sfilza di domande interessanti quali ‘hai fatto sesso in cambio di droghe negli ultimi 12 mesi?’, ‘sei stato incarcerato negli ultimi 12 mesi?’ oppure ‘hai mai praticato cannibalismo?’.
Ero sopravvissuta alla lunga lista di rischi e controindicazioni (tra cui morte, ma in rarissimi casi). Avevo illustrato su un foglio ogni cicatrice presente sul mio corpo, condividendo così con l’infermiera piccoli aneddoti di vita, quali cadute da cavallo e piercing pagati $2 in India.
Stavo per perdere la pazienza dopo che cinque infermieri diversi mi avevano controllato le vene, giungendo alla conclusione che avevo una vena buona e un’altra discutibile e che questo avrebbe potuto creare complicazioni. Iniziai a chiedermi se tutto questo e una dose non indifferente di plasma ne valesse la pena per $25.
Non sono riuscita a donare il plasma.
La morale di questa favola è che ancora una volta il mio vagabondaggio mi ha messo un bastone fra le ruote. Ma non furono i mesi in Australia o l’anno in India a fottermi, bensì ‘hai passato un totale di tre mesi nel Regno Unito tra il 1980 e il 1996?’
‘beh…sono nata nel ’89. I miei nonni vivono in Gran Bretagna. Li andavo a trovare magari una o due settimane ogni estate…si, direi che tre mesi li ho passati nel Regno unito tra l’80 e il ’96′
‘scusami un secondo’ l’infermiera lascia l’ufficio.
Rientra pochi minuti dopo ‘oh mio dio…mi dispiace. Non puoi donare il plasma’
?!
‘per via della mucca pazza. Sei stata esposta e quindi non sei idonea alla donazione di plasma o sangue..’
‘MAI?!’
‘mai…’
Non avrei mai pensato che quelle settimane a cavallo in Inghilterra avrebbero avuto ripercussioni del genere. Forse aveva ragione mio padre: l’equitazione è uno sport pericoloso.

Spankyville

Durante i miei primi mesi a Austin, affittavo una stanza in casa di una coppia di amici di famiglia. La dimora si chiama Spankyville, in onore del defunto gatto Spanky il quale è ritratto sulle piastrelle della cucina (una collocazione non casuale, poichè oltre a quella per i gatti, i proprietari di casa hanno anche una gran passione per il cibo).
Julia e Dani si sposarono ben due volte. La prima fu in segreto, quando lui aveva solo ventun’anni e lei quasi una decina in più.
Nonostante la tenera età, Dani aveva le idee ben chiare riguardo a ciò che volesse dalla vita. Aveva da parte un gruzzoletto di soldi che decise di investire in una casa per lui e la beneamata bionda dalle gambe lunghe. Finì per acquistare la casa che aveva fino ad allora affittato da universitario assieme a dei coinquilini. Situata dietro un supermercato nella south side di Austin, all’epoca Spankyville non era che una casetta di quattro stanze circondata da un giardino di dimensioni discrete. Inoltre la south side, che oggi vanta negozi chic e locali di fama (tra cui uno in cui venne filmata una scena di un film di Tarantino), ai tempi era un covo di drogati e prostitute.
Premettendo che anche la storia di Julia e Dani potrebbe riempire un libro, la versione breve è che col passare degli anni Spankyville si è estesa. La coppia acquistò la casa di fianco, affittandola per anni a musicisti alcolizzati. I giardini diventarono un’unica grande oasi ricoperta di cactus e piante varie, e munita di piscina e fontanella coi pesci rossi. Dani costruì una casetta separata soprannominata ‘the studio’, dove furono collocati pianoforte, chitarre e scaffali su scaffali di libri. Nonostante fosse stato pensato come luogo di ispirazione musicale e arricchimento del proprio bagaglio culturale, ‘the studio’ fu principalmente un rifugio per Dani quando voleva staccare dal mondo.
Dopo anni di melodrammi, feste devastanti e musica divina; i musicisti se ne andarono e Julia e Dani scelsero di non affittare più la seconda casa.
Julia dice sempre che lei e Dani funzionano come coppia perchè lei è realista mentre lui è un sognatore. Dopo anni di dedizione, pazienza e duro lavoro; Dani realizzò il sogno di Julia, costruendole la crème de la crème delle cucine. Consiste di un intero edificio che ora unisce le due case (denominate north e south side). Tutto è a portata di Julia, ovvero fuori dalla portata di chiunque non sia alto due metri. Per cucinare un ragù dovetti prendere una scaletta per raggiungere i fornelli (no, non scherzo).
Oltre che essere archittettonicamente ingegnosa e ricca di particolari e influenze di tutto il mondo, Spankyville è soprattutto un punto di ritrovo costantemente in movimento.
Il primo paio di settimane nella stanza di fianco alla mia dormiva Cecilia, una vecchia amica che passava le giornate a leggere e meditare vicino alla fontanella. Sua madre era deceduta di recente e la statua della vergine di Guadalupe, insieme alla generale quiete che Spankyville emana, le davano conforto.
Non era inusuale trovare sul tavolo della cucina un biglietto del tipo ‘oggi arriva Kamila! Passa la notte qui. Non spaventarti se vedi una sconosciuta girare per casa’.
Julia si scusò ripetutamente per il viavai, ‘qui è spesso così’.
In verità la cosa mi ha sempre fatto piacere. Essendo figlia unica, la compagnia variegata di amici e parenti (chi di sangue, chi adottato), mi ha dato un assaggio di quotidianità ben diversa dalla mia e mi ha aperto gli occhi ad uno stile di vita fondato sull’ospitalità.
A Spankyville fui subito accolta come parente, se non addirittura figlia. Julia e Dani hanno sempre ribadito che quella è casa mia e ho il diritto di comportarmi di conseguenza. A parte alcune regole sull’aria condizionata e la macchinetta del caffè, ero libera.
Venne a stare con noi per qualche settimana Trishna, la mia compagna di stanza in India. Ovviamente fu subito accolta a braccia aperte e la coppia si innamorò di lei come si innamorano di praticamente tutti coloro che varcano la soglia di Spankyville.
Mi capita spesso di ripensare a quelle giornate. L’essenza di Spankyville sta nelle piccole cose: un mazzo di fiori sul bancone della cucina, un biglietto scritto in corsivo da Julia ‘stasera tajine di agnello’. Un gatto che esce dai cespugli e si stravacca al sole, la cucina sempre luminosa grazie alla grande porta di vetro che da sul giardino. Una Corona fresca con una fettina di lime, il profumo della cipolla che Dani affetta finemente, raccontando a Julia gli avvenimenti della sua giornata lavorativa.

Ogni sera cenavamo assieme. A volte in tre, a volte in venti. La prima cosa che si impara seduti a quel lungo tavolo imbandito di piatti di vario sapore e colore, è che è tradizione brindare. Alle origini di ciò è il fatto che da anni Dani partecipa agli incontri Toastmasters, un’organizzazione che aiuta le persone con la comunicazione. Da quanto ho capito ci si prepara un piccolo discorso e lo si espone davanti a tutti i membri del gruppo, come si trattasse di un brindisi (toast). Con una mano alza il bicchiere mentre con l’altra tiene la mano di Julia. Si brinda e ci si tuffa nel piatto.
Tra alchool, cibo peccaminosamente buono e risate grasse, anche il più preso male dei pessimisti non riuscirebbe a sfuggire alla gioia contagiosa che c’è in quella casa. Ho conosciuto persone provenienti da diversi angoli del mondo che tornano a Austin esclusivamente per passare da Spankyville. Anche solo per mangiare le famose costine di Julia e sentirsi ri-raccontare della volta che Dani e l’amico stettero svegli tutta notte per cucinare un maiale in una buca scavata nel giardino (era pieno inverno e si tuffarono in piscina per rimanere svegli).
Nel giardino di Spankyville ci fu addirittura il matrimonio di due amici, ‘ci aspettavamo che ci chiedessero se potevano sposarsi qui, e non abbiamo potuto che rispondere…certo!’.
Questo posto è uno dei miei tesori nascosti di cui vado più fiera. Non è sorprendente che sia diventato uno tra i vari centri di gravità permanenti e che ancora una volta abbia deciso di tornarci.
Forse alla base di tutti i miei problemi sta il fatto che non abbia meditato abbastanza alla fontanella dei pesci rossi.

Shanti

Mi sono svegliata cinque ore prima del solito, provando una sensazione simile a quella che si proverebbe ascoltando lo scorrere degli artigli di un gatto su una lavagna. Non tanto per il mal di testa, il sapore di cuoio conciato in bocca o la presenza di lividi inspiegabili sul mio corpo. Riacquistando pian piano coscienza, inizio a far mente locale di tutte le cazzate che ho detto e fatto la sera prima. E così subentra la vergogna fisicamente dolorosa.
Sono la contraddizione fatta a persona. I comuni mortali o la gente normale come dir si voglia, dopo una serata brava a base di alcolici si prende la giornata per riposare, curare mente e corpo.
Io da sbronza riesco a cadere in un sonno talmente profondo che oltre a quella di non sentire l’esplosione di una bomba anche se mi scoppiasse a mezzo metro dalla faccia, mi regala l’abilità di svegliarmi prestissimo; carica di energia e voglia di conquistare il mondo.
Ho scoperto di avere questo superpotere a Goa (India), assieme alla mia sorella Finlandese.
Quando ti svegli di fianco alla tua amica in un letto singolo, ti rendi conto di essere zuppa, coperta di sabbia e di aver smarrito le scarpe e un orecchino, generalmente non si prospetta una giornata piacevole. Mi alzai di scatto, svegliando del tutto Elisa che iniziava già a strofinarsi gli occhi. Neanche a farlo apposta, in quel momento mi suona il telefono.
‘Pronto?’ RISATA GENERALE.
‘Ei ragazze, come state? AHAHAHAHAHAHAHAHAHAH’
‘Avete visto le mie scarpe?’
‘AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH’, Elisa mi notifica che all’appello manca anche una delle sue infradito.
‘Anche Elisa non trova una scarpa. Avede idea di dove siano?’
‘AHAHAHAHAHAH, se siete fortunate magari le ritrovate sulla riva…’
Usciamo dal bungalow. In giardino ci sono i miei genitori Indiani, i quali non reagiscono in nessun modo al nostro aspetto inquietante (l’acqua salata e i miei capelli non vanno particolarmente d’accordo).
Il sorriso sarcastico del mio ‘padre adottivo’ è un ricordo al quale ho riservato un pezzo di cuore. Momo non è che la versione Tibetana del bruco di Alice nel paese delle meraviglie. Tutte le mattine, tutti i giorni, i pomeriggi e le sere; lui siede su una poltrona e fuma il narghilè. Se non è a casa nella sua lussuosa poltrona in pelle, si accontenta di una sedia pieghevole e un narghilè portatile, accessori che ormai fanno parte della sua persona.
Ci osserva, sorride sfoggiando la decina di denti d’oro. Fa un lungo tiro, l’acqua del narghilè borbotta.

Momo, all’anagrafe Tenzing, viene chiamato così per via della sua forma: tondeggiante dall’infanzia. Grasso sarebbe un’esagerazione. Tondo, ecco.
Il momo è una prelibatezza Tibetana. Simile al raviolo Cinese, si tratta di un fagotto ripieno di carne o verdure, che può essere fritto o bollito e si accompagna bene alla salsa piccante. Oltre ad alludere al fatto che Momo di momo ne mangia tanti, il nomignolo sta ad indicare la forma imbottita che lo accomuna alla pietanza.
Dopo un passato travagliato di matrimoni combinati e problemi economici, si creò un posticino tra le pendici himalayane, dove tutt’ora risiede con moglie, tre figli e un paio di cani. Si è cimentato in varie carriere, dall’agente di viaggio al manager di una rock band. Di recente ha fatto il suo debutto a Bollywood, nella parte del gangster super cattivo.
Essendo un’oasi pacifica di natura mozzafiato, Mussoorie (il paese dove ho vissuto) attira parecchi artisti in cerca d’ispirazione. E se sei un artista in cerca d’ispirazione, cercandola troverai Shanti, la casa di Momo. Entrando vieni sopraffatto dai profumi inconfondibili di curry, fumo di un beedi, incenso… Non so se definire pacchiano il suo gusto estetico. Ci sono tre cose che Momo ama: le Harley Davidson, il Far West e le divinità Hindu. Solo lui è capace di abbinare il quadro di una Apache sexy ad una gigantografia di Shiva. Entrando non puoi non notare il bar, fornito di bottiglie formato famiglia di ogni genere di super alcolico. Non so come cazzo abbia fatto a trovare il Martini Bianco in India, ma sono dettagli come questi che attirano le persone più interessanti a Shanti.
‘Lo sai com’è questo posto, ormai è anche casa tua. La porta è sempre aperta, il bar è lì. Bevi quello che vuoi, le regole sono due: non fare cazzate e non farti beccare da qualche insegnante’
Shanti diventò un luogo di culto per me e Elisa. Eravamo convinte di essere state graziate da qualche divinità. Solo noi conoscevamo questo posto della perdizione, dove ci rifugiavamo dalla rigida e opprimente vita collegiale. Il Venerdì non finiva mai, lo passavamo irrequiete a mandarci bigliettini. Me ne lancia uno, lo acchiappo al volo, apro: शांति (shanti). Solo vedendolo scritto in hindi mi ricordavo del vero significato della parola: pace.
Fu proprio a Shanti, durante una tipica serata di buon cibo, buona musica e buon whiskey che Momo conobbe il regista Bollywoodiano. Una volta compositore di colonne sonore, ora si cimenta in rivisitazioni indiane dei classici di Shakespeare.
‘La senti questa canzone alla radio?’ mi dice Gautam, il figlio di Momo. ‘È una canzone del film Omkara, la versione Bollywood di Otello. E sai chi l’ha composta? Lo stesso uomo che ha diretto il film, ovvero l’uomo con la camicia rossa seduto sul divano’
Quando scoprii che c’era un cinema a Austin che proiettava gli ultimi film di Bollywood, feci un vero e proprio pellegrinaggio. Vedendolo sul mega schermo non sapevo se ridere o piangere. Era esattamente come l’avevo lasciato e non si era neanche dovuto cambiare per la parte, scritta apposta per lui a quanto pare. Eccolo seduto su una poltrona, con un anello a ogni dito, le braccia tatuate e il sorriso d’orato. Per quanto si sia calato benissimo nella parte, per chi lo conosce un Momo che organizza scambi di droga e ordina omicidi è decisamente poco credibile. Ma la risata malefica gli veniva benissimo, la stessa risata malefica che fece quella mattina a Goa, quando io e Elisa dichiarammo che avevamo bevuto tantissimo, eppure non stavamo male. Anzi!
‘Non state male perchè siete ancora ubriache, fate passare un paio d’ore e poi ne riparliamo…’
L’idea che eravamo riuscite a bere talmente tanto da non averlo ancora smaltito, ci desolava. Vedevo lo smaltimento di quest’alcool come una condanna a morte alla quale mancava poco. Non potevamo permetterci di star male, avevamo ciabatte da cercare e pezzi di storia mancanti da ricostruire. Cos’era successo dopo la quarta vodka? Perchè ci eravamo buttate in acqua? Come avevamo fatto ad arrivare a casa?
‘L’unica soluzione è bere un tappo di gin’ ci svelò Momo.
‘COSA?! Bere ANCORA è la soluzione?’
Tirò fuori il cellulare e mi ordinò di chiamare Mukul, il suo vecchio amico scrittore, grande compagno di bevute e noto ‘tuttologo’.
‘Chiama Mukul e chiedigli la spiegazione scientifica di perchè bere una quantità anche minima di alcool dopo essersi ubriacati la sera prima, aiuta a non star male’
Mukul fu convincente. Diedi l’okkei a Momo il quale tirò fuori da sotto la sedia pieghevole una bottiglia di Gordon’s. Riempì il tappo e me lo porse, come la mamma premurosa che ti fa bere lo sciroppo per la tosse.
Dopo questa colazione anti convenzionale, io e Elisa riprendemmo a ridere e correre lungo la spiaggia. Elisà fermò i passanti, sventolandogli in faccia la tipica ciabatta di gomma blu che 1.9 su 1.10 miliardi di Indiani possiede. ‘Ne hai vista un’altra uguale?’ chiedeva speranzosa. Elisa non sarebbe Elisa se non passasse una giornata alla ricerca di una ciabatta che ricomprerebbe per 20 centesimi.
Io non trovai mai le mie scarpe. I ragazzi con cui avevamo trascorso la serata, degli ex alunni della nostra stessa scuola, non ci raccontarono mai l’accaduto della notte precedente.
Rientrate dalle vacanze di Natale, a scuola iniziò a girare la voce che avevo molestato l’Australiano che mi era venuto in soccorso dopo che mi buttai in acqua alla ricerca dell’orecchino smarrito.

Dopo aver svegliato in vano un’amica nel tentativo di fare una sciata in compagnia, guardo il telefono e scopro che in ubriachezza ho tentato di chiamare chi non dovrei chiamare.
Mi fa ancora male il ginocchio dopo quella pattinata sul ghiaccio. Mi ricordo il mattino dopo, sentii i suoi piedi muoversi e li toccai con i miei.
‘Sei già sveglia?’
‘Si. Mi fa male il ginocchio e ripensavo a tutto quello che ci siamo detti ieri sera’
‘Che scema che sei…’

Stamattina nel mio letto di piedi ce ne sono solo due. I miei. Sono triste, ma mi consolo pensando che in India c’è un ometto Tibetano pronto a regalarmi un tappo di Gin e un sorriso d’orato al mio risveglio.

Moments of glory

Sono regolarmente affetta da crisi d’identità. Mi chiedo quasi quotidianamente chi sono? Cosa voglio? Dove appartengo?

In una società in cui vieni giudicato in base a ciò che fai (e di conseguenza da quanto guadagni), quando l’interlocutore inizia il solito indovinello ‘studi? Lavori?’, generalmente mi guardo attorno alla ricerca dell’uscita più vicina. Ogni rivista che apro parla di disoccupazione (soprattutto giovanile) e ho notato che in varie parti del mondo sta andando a crearsi questo fenomeno della generazione pantofolaia. Giovani demotivati, depressi, privi di grinta e voglia di fare. Pensavo,
per quanto si possa semplificare la questione dicendo che si tratta di ragazzi pigri, da quando in quà la pigrizia e la poca voglia di vivere sono qualità tipiche dei giovani?
Durante una giornata di pseudo-nullafacenza, ricordo di aver sentito o letto che il lavoro è un diritto che regala dignità alla persona. In quel momento ho cercato di rimembrare alcuni dei miei momenti lavorativi più dignitosi.

Sydney.
A causa della pioggia si era formato un cumulo fangoso all’entrata del campo dei puledri, e tra l’elenco dei lavori da svolgere c’era ‘scavare un fosso per ridirezionare il flusso dell’acqua’.
Passai il tragitto scuderie-campo a studiare il modo più comodo di trasportare una zappa. Sulla spalla a mo’ di nano di Biancaneve? Su entrambe le spalle con gli avanbracci a penzoloni alla schiavo nero in Via Col Vento?
Entro la zappata numero cinque, capii che gli schizzi di fango in faccia erano inevitabili e mi consolai pensando che nei centri estetici il bagno di fango è considerato un trattamento di bellezza.
Avete presente Frankenstein Junior di Mel Brooks? La scena quando Igor e il dottore stanno scavando per arrivare alla bara del futuro mostro. Igor dice ‘potrebbe andare peggio. Potrebbe piovere’, TUONO.
Mi piace rivivere certi ricordi come se fossero scene di un film: Rossella affaticata zappa il terreno sotto il diluvio. Schizzi di fango su tutto il corpo. Con ogni zappata le esce un urlo di rabbia furibonda, come se stesse zappando a morte il più stronzo degli stronzi, dopo una lunga battaglia che le è costato tutto. Impreca, piange, si butta nel fango (che ormai è diventato sangue della vittima), se lo spalma sul viso con facenze melodrammatiche e per finire in bellezza, apre le braccia verso il cielo. La telecamera la riprende dall’alto, il suo viso rigato da lacrime e pioggia mentre urla NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
I puledri la osservano confusi.
Torna alle scuderie conciata da zombie. Le casalinghe galoppanti in tenuta equestre rimangono a bocca aperta, con la tazza di thè fumante in mano (nonostante lo shock, il mignolo della mano che tiene la tazza rimane alzato).

Ci sono cose a cui non pensiamo. Perchè non sono sotto il nostro naso, o magari perchè  non è bello pensarci. Argomenti che sono solite tirare fuori le maestre alle elementari, ‘bambini, vi siete mai chiesti dove vanno a finire la nostra pipì e la nostra popò dopo che tiriamo l’acqua?’. Fortunatamente non ho ricordi vividi di quella gita scolastica. Ricordo solo che intrappolati tra i denti di quello che sembrava un pettine gigante che rimescolava l’acqua sporca, c’erano migliaia di cotton fioc. Ci spiegarono che non va bene buttarli nel water, perchè poi fanno quella fine lì e prima o poi qualcuno dovrà andarli a togliere dal pettine gigante. L’immagine che mi sono fatta di quel pover’uomo che entra nell’acqua merdosa, ha lasciato un segno indelebile e da quel giorno non ho MAI buttato un cotton fioc nel cesso (e se becco qualcuno che lo fa, lo cazzio).

Ho imparato che una buona percentuale del lavoro di chi gestisce un maneggio, consiste nello smistare merda. I cavalli sono grossi erbivori che mangiano tre pasti al giorno, più varie portate di fieno e una consistente brucata d’erba. Per ogni 100kg di peso, un cavallo produce quotidianamente 4,5kg di sterco. In media un cavallo pesa fra i 300 e i 400kg (se non è grasso). Moltiplicato per la ventina di cavalli che c’erano nel maneggio in questione, ci ritroviamo con un bel cumulo di merda al giorno.
Il sistema di smaltimento che adottano qui è particolarmente ambientalista. Le varie carriole vengono svuotate in un grosso trailer, che circa ogni due giorni viene agganciato ad una Jeep e portato in una piantagione di pini. Se c’è una cosa che non manca in Australia, è lo spazio. Potevo perdere un pò di tempo girando per i campi, indecisa su dove scaricare il cumulo di merda. Poi arriva la parte meno piacevole, ovvero la rimozione del copertone (che ha la funzione di evitare perdite spiacevoli durante il tragitto). Rimuovendo il copertone, oltre a sprigionare un odore che non si sposa bene con l’afa delle estati Australiane; liberi anche una decina di mosche che sono rimaste intrappolate sotto, le quali si sentono moralmente obbligate a volarti in faccia, negli occhi e nelle orecchie. Dopodichè si passa alla rimozione dell’antina posteriore del trailer, un’operazione che risulterà nella caduta di un pò della merda sui tuoi piedi, se non sei svelto a spostarti. Fortunatamente il trailer è munito di una leva automatica che lo inclina lentamente, creando una cascata di merda che si depositerà a cono.
Ogni anno, a Natale, il proprietario della piantagione regala un enorme pino al maneggio. Il pino di merda.

Io e il mio collega Toby abbiamo vissuto insieme varie esperienze lavorative (e non) che hanno rafforzato la nostra amicizia e il nostro spirito di squadra. Col tempo abbiamo imparato a venirci incontro, ad accettare i difetti dell’altro e ad aiutarci coi reciproci sbagli.
Rimane un mistero chi dei due si dimenticò di rimuovere il copertone dal fondo del trailer. Quando arrivò l’ora di portarlo alla piantagione, ci rendemmo conto dell’imprevisto. Purtroppo non riuscimmo a passare inosservati. Il capo dichiarò che andare in strada con un trailer scoperto non era un’opzione. L’unica opzione era SCAVARE. Nella MERDA. Ci munimmo di stivali di gomma, Toby non fece capricci ed entrò direttamente mentre io cercavo di rimanere in equilibrio sul bordo. Alla vista di quell’angolino blu sentivamo già il sapore della vittoria, ma se pensate che sia facile sfilare un lenzuolo di plastica da sotto tonnellate di MERDA, rileggete i dati sopraelencati. Scavammo, travasammo in carriole, tirammo. Dopo quella che sembrò un’infinità passata letteralmente NELLA MERDA, riuscimmo a liberare il copertone.
Toby si tolse la maglietta e la usò per asciugarsi la fronte, ‘Ross, spero che tu sia la prima e ultima persona con cui abbia l’onore di scavare nella merda. Ma devo dire che non sarebbe stata la stessa cosa senza di te…’
Questa esperienza è tra l’elenco dei motivi che uso per giustificare la mia ossessione con l’igiene. Sono capace di farmi anche tre docce al giorno, il che è visto con disprezzo da certi.

Al maneggio c’è una carriola solitaria. Quella che resta parcheggiata in bella vista nelle scuderie, e serve per scartare gli escrementi fatti fuori dalla stalla (ad esempio mentre il cavallo viene passeggiato per i corridoi). Venedo riempita più lentamente, è anche svuotata più di rado. Un giorno come un altro, notai che era piena e mi presi la briga di fare ciò che andava fatto.
Al primo sguardo sembravano unghie tagliate, che avrebbe avuto anche senso vista la frequenza delle visite del maniscalco. Ma bastarono quel paio di secondi per far mente locale di tutte le serie TV macabre, film dell’orrore e foto su rotten.com per riconoscere quelle mezze lune bianche. Le unghie tagliate non si muovono, al contrario delle larve che si dimenano costantemente.
Sconfitto l’istinto di vomitare, mi rendo conto che sono passata dai pannolini dei bimbi texani ai kili di merda infestata di larve australiane. Com’era il detto, dalle stelle alle stalle?
L’esperienza al maneggio durò meno del previsto. Penso che ci sia un limite alle cose che si possono imparare spalando merda. Inoltre, trovavo frustrante essere circondata da cavalli stupendi che non avevo la libertà di cavalcare.
Ho ripreso a lavorare nel settore infantile, questa volta come tata ad un bimbo di diciassette mesi. Devo dire che il pensiero che nel mio piccolo sto contribuendo al futuro di una persona, mi regala una sensazione di orgoglio e dignità.

merry fucking Christmas

Alle 7:40 ha squillato il telefono.
Si dava il caso che fossi sveglia, (l’alchool che ho bevuto ieri sera ha formato un rumoroso stagno nel mio stomaco, impedendomi di dormire).
Era mia nonna che, vittima di uno dei suoi momenti poco lucidi, dev’essersi dimenticata che comunicare con esseri umani prima delle 10:00 am è contro la mia religione.
“Oh, ciao Rossellina. Volevo chiedere un’informazione al papà, ma visto che ci sono la chiedo a te: la mamma viene per Natale?”

Negli Stati Uniti sotto Natale è usanza scrivere una lettera, con orribile ritratto di famiglia allegato, ad amici e parenti. Generalmente si tratta di un resoconto di ciò che è accaduto durante l’anno che sta per terminare, tipo “Cari amici, questo è stato un anno pieno di grossi traguardi per la famiglia Robinson! Jason ha finito il College, Britney si è sposata (alla tenera età di diciotto anni), e purtroppo Marley il cane è passato a miglior vita…”
Nonostante non sia male l’idea di mantenere i contatti, almeno annualmente, con amici e parenti; trovo frustrante l’invito a tirare le somme.
Tanto per cominciare, il tempo è un argomento sensibile per me. Non vivendo una vita convenzionalmente strutturata, quando si parla di tempo ho sempre la sensazione di essere rimasta indietro.
Tizia sta per laurearsi perchè è nata nell’88, caio ha solo 24 anni eppure lavora ed è economicamente indipendente. Io cosa dovrei dire?
Rossella ha 21 anni e ha già perso il conto delle volte che si è tinta i capelli.
Ma oltre ad avere dei seri complessi di inferiorità nei confronti di persone che hanno precisi traguardi da raggiungere in un tempo prestabilito, ho anche altre perplessità.
Non sono mai stata una persona mattutina, e con questo intendo dire che anche se ho la capacità fisica di svegliarmi, il mio cervello non diventa completamente attivo fino al tardo pomeriggio/sera.
Sono disoccupata e praticamente nulla facente da più di sei mesi, dunque non è sorpendente che le mie giornate generalmente inizino dopo le 13:00. Quando io inizio a strofinarmi gli occhi e contemplare un risveglio, la maggior parte delle persone che conosco hanno già mangiato due pasti e contribuito all’innalzamento del PIL.
Recupero queste ore stando sveglia fino a notte fonda, con la magra consolazione che il tempo è solo un concetto astratto e ci sono parecchie persone sveglie come me in Cina.
Ecco. Una cosa che disprezzo dell’Italia è proprio questa omologazione dei ritmi naturali delle persone.
Non esisono bar o supermercati aperti 24 ore su 24. Le uniche persone oltre a me che rimangono produttive dopo le 22:00, sono prostitute e spacciatori.
Quando vivevo a Austin e non riuscivo a dormire, andavo in un internet cafè, ordinavo una tazza di latte e miele e andavo su facebook o leggevo un libro, circondata da altre creature della notte.
Ma torniamo a questo resoconto.

Natale 2009 è stato il primo Natale dopo la separazione dei miei genitori e ho rifiutato di passarlo in famiglia. Da bravi intellettuali, noi Laeng non sprechiamo fiato parlando di futili cose terrene come il divorzio e la depressione. Piuttosto parliamo di cose importanti come la fisica, la matematica, gli orologi Svizzeri…ma per quanto si possa imparare a tavola con i Laeng, crollai davanti alla pretesa che passassi il pranzo di Natale a citare Dante, ignorando completamente la sedia vuota di fianco a me.

Decisi dunque di festeggiare il non-Natale con un’amica altrettanto disillusa dalla festa. Non sapendo esattamente come festeggiare il non-Natale, decidemmo che si sarebbe trattato di una cena fra amici. Un ritrovo di grinch disinteressati a passare questa giornata circondati da parenti, regali e spirito natalizio.
Comprammo un arrosto di pollo, scoprendo successivamente che si trattava in un intero pollo avvolto da strati di pancetta. Pensavamo di servire un fragrante arrosto affettato finemente, invece ci siamo ritrovate con una carcassa che sembrava esser stata presa a mazzate. Ma non ci demoralizzammo troppo, dopotutto per noi non era Natale, quindi non avevamo aspettative.

Quando ci penso, mi sembra di essere tornata al punto d’origine dopo un percorso circolare. Mi spiego:
Un anno fa ero nuovamente single. Ora sono nuovamente single.
Un anno fa ero inacidita dall’arrivo del Natale. Ora sono inacidita dall’arrivo del Natale.
Un anno fa ero in partenza per un’esperienza lavorativa, ora blablabla esperienza lavorativa.

Ieri sono andata a Milano alla ricerca di qualche fottuto regalo di Natale. Per fortuna mi ha tenuto compagnia un’amica, perchè oltre al ricordo costante che la mia situazione familiare lasci a desiderare, quest’anno si aggiunge anche la delusione sentimentale. La combinazione di queste cose ha degli effetti che si manifestano, ad esempio, con uscite del genere:
“che bello camminare per queste strade illuminate e pensare che non ho una persona speciale che mi faccia un regalo a Natale”
“wow, un cuscinetto a forma di cuore che si scalda nel microonde. Potrei regalarlo a G. con un biglietto con su scritto ‘visto che il tuo non si scalderebbe nemmeno in un forno, almeno metti questo nel microonde’”
Per non parlare poi del tempo perso a sospirare e fantasticare davanti agli oggetti più svariati, “le tende per la doccia! Anche G. ha una doccia”, “il divano che ha comprato G. è tipo questo, ma di un altro colore”, “un adattatore! Come quello che ho dato a G. prima che partisse per l’Inghilterra”
G. G. e ancora G. A un certo punto mi sarei presa a sberle da sola pur di farmi tacere.

A volte mi sembra che l’universo mi stia sfacciatamente prendendo per il culo.
Ovunque vado “vinci un viaggio per l’Australia! Parti per l’Australia! L’Australia ti stà aspettando”
Fuori nevica, il che ha smesso di essere divertente l’anno scorso quando feci una tartaruga di neve nel mio giardino.
Sapete perchè tutti partono per l’Australia? Perchè mentre noi siamo qui a rischiare l’atrofizzazione delle estremità per comprare un regalo a nostro zio, giù in Australia stanno incerando le tavole da surf e depilando l’inguine in preparazione per la spiaggia.
Dopo aver esaurito i miei tre mesi da turista, dovetti esiliarmi in Nuova Zelanda come profuga in attesa che venisse approvato il mio visto lavorativo di un anno. Una volta approvato, tornai a Sydney, ma solo per qualche settimana. I mesi in cui potrei vivere e lavorare legalmente in Australia stanno finendo e ho sentito dire da qualche parte che quel tipo di visto è concesso solo una volta nella vita…

E dopo le calde spiagge di Sydney, questa folletta di Natale andrà a passare una vera e propria stagione INVERNALE nella neve. Se mi capitasse di incontrare Babbo Natale, non esiterò a mandarlo a fan culo.

the comedian

Ho sempre pensato di avere un buon senso dell’umorismo e una discreta abilità comica.
Fin da bambina mi cimentavo nell’intrattenimento di amici e compagni con barzellette, imitazioni e gag.
Penso che abbia avuto molto a che fare con l’influenza di mio padre, che da piccola mi divertiva con semplici ma efficaci giochetti comici. Il mio preferito era il doccia-telefono: mentre facevo il bagno, si portava la doccia all’orecchio a mò di cornetta del telefono. “Pronto?! Pronto?!” esclamava confuso, finchè accendevo l’acqua e morivo dalle risate nel vedere gli spruzzi e la sua espressione di falso stupore.

Ricordo un pomeriggio in seconda elementare, quando la maestra ritirò il mio orsacchiotto Bubu e lo mise in cima alla lavagna. Aspettai che uscì a fumarsi una sigaretta con la collega (ho frequentato le elementari a Milano negli anni ’90, quando le maestre non si facevano problemi ad abbandonare una classe di bambini per farsi una pausa sigaretta).
Tentai di saltare, picchiando la lavagna nella speranza che le vibrazioni facessero cascare Bubu nelle mie braccia. Lanciai oggetti svariati verso di lui. Nulla. Al che decisi di farne un gioco, incitando l’intera classe ad unirsi in coro: “BU-BU, SAL-TA GIÙ. BU-BU, SAL-TA GIÙ”

Debuttai come attrice comica in seconda media, quando venni scelta per interpretare Sacripante nella produzione scolastica dell’Orlando Furioso.
Presi molto sul serio il compito, calandomi nella parte e occupandomi personalmente del costume. Mi procurai una folta barba finta, un cuscino come pancione e gli stivali Tibetani di mia madre con la punta all’insù. Mi esercitai per settimane a parlare con la voce profonda maschile, e il risultato fu un ibrido tra la voce di Babbo Natale e quella dello Chef dei Muppets. Il pubblico rise di gusto. Ripensandoci, penso che la chiave del mio successo non avesse tanto a che fare con l’impegno che ci misi, ma col semplice fatto che ero una bambina di undici anni vestita da uomo barbuto e obeso, e non me ne vergognavo.

Ironicamente, molti anni dopo conobbi e frequentai un aspirante comico.
Ancora più ironicamente, non capivo quasi affatto il suo senso dell’umorismo.
Griffin scriveva pezzi comici e di tanto in tanto si esibiva in appositi comedy clubs ingiro per Austin. Trovai subito intrigante quest’informazione, se non altro perchè è fuori dal comune. E poi, come si suol dire, è bene innamorarsi di un uomo che sappia farti ridere.
Ma più cercavo di conoscere il lato comico di Griffin, più rimanevo perplessa.
Lessi pagine e pagine di uno sketch intitolato “se avessi uno chimpanzee”. Si trattava della descrizione di ipotetici scenari, del tipo “avere uno chimpanzee sarebbe figo perchè, tipo, puoi insegnarli ad accenderti le sigarette”
Tentavo di mascherare la mia perplessità, ma fallivo miseramente e lui persisteva a spiegarmi che non è COSA dici che fa ridere ma è COME lo dici.
Effettivamente, anche nel dialogo di tutti i giorni Griffin aveva un modo tutto suo di esprimersi. Pause inaspettate, voci strane, sarcasmo talmente ben mascherato che la maggior parte delle volte passava inosservato.
Anche sull’autoironia riusciva ad esagerare. Cercando di riparare un flop di battuta, tentava di ridicolizzarsi. Ma invece che trasmettere il messaggio “ho fatto una battuta di merda ma ridiamo del fatto che faccia, appunto, cagare” superava di quel poco la soglia e finiva per comunicare “ho fatto una battuta di merda perchè sono un fallito e mi odio”
Ora, non sto assolutamente cercando di dire che sia un fallito come comico. Uno dei miei pezzi preferiti è quello in cui parla di Betty, la sua fidanzata immaginaria.
“La mia fidanzata immaginaria Betty dice che sono un tabagista. Dice che devo ammettere di avere un problema prima di poterlo superare, e la mia reazione è sempre ‘ma tu che cazzo ne sai di sigarette? Sei una sirena…’”

Ma la storia che cattura l’essenza della personalità e del comicismo di Griffin, è la seguente.
Eravamo a casa mia, e avevamo appena discusso per qualche motivo. Ricordo solo che lui era dalla parte del torto.
Mi sono seduta sul letto a leggere, mentre lui è scomparso in bagno per una ventina di minuti (potrei scrivere una pagina intera sul metabolismo di Griffin, ma a dir la verità ci ha già pensato lui e la usa come materiale comico).
Ad un certo punto lo sento schiarirsi la gola e quando alzo lo sguardo, lo vedo. È in piedi davanti a me, nudo come mamma l’ha fatto. Ovvero senza peli pubici.
La mia faccia cambia colore una decina di volte, e per i primi trenta secondi riesco solo a produrre strani suoni gutturali.
“Cosa, come, che, perchè? Perchè? Non capisco. Perchè? Che fine hanno…ma perchè? Griffin, perchè ti sei rasato i peli pubici?”
“Per fare pace”
Di nuovo, suoni gutturali e espressione decisamente confusa.
“Per fare pace? Ma dovrei essere felice? Eccitata? Non capisco.”
“Non lo so! Era per stupirti e farti ridere un pò visto che prima eri così arrabbiata”
Col senno di poi devo ammettere che mi aveva colta impreparata, e se il suo intento era quello di stupirmi e fare qualcosa che distogliesse la mia mente dal litigio, ci era riuscito perfettamente. Ma in quel momento, ero decisa a non dargliela vinta.
“Ma Griffin, dove te li sei ra…NON MI DIRE CHE TI SEI RASATO NEL LAVANDINO!”
L’uomo nudo scatta verso il bagno a sciacquare via le prove. Lo inseguo urlando.
Eccomi.
Sto urlando in faccia a un uomo nudo che si è appena rasato i peli del pube per strapparmi un sorriso.
“Va bene! Ho sbagliato! Ho fatto una cazzata! Speravo di farti ridere ma non ci sono riuscito”
Griffin si veste ed esce di casa dicendo “tu non mi capisci”

Dopo che partii per l’Australia, un’amica mi disse che Griffin aveva ripreso ad esibirsi regolarmente. Una sera era andata a vederlo, e lui aveva raccontato il seguente aneddoto:
“una volta io e la mia ragazza abbiamo litigato. Allora io per far pace OVVIAMENTE mi sono rasato i peli pubici. E sapete come ha reagito? Mi ha chiesto se me li ero rasati nel lavandino…”
E non era tanto COSA diceva che faceva ridere, era COME lo diceva.

habits

Secondo la bibbia di Rossella esistono solo tre modi per eliminare un brutto vizio:

1. Eliminare la tentazione
2. Sostituirlo con un altro vizio
3. Farne un’overdose al fine di stufarsene

Esempio #1: Turkey Reuben

Il Reuben è il un tipo di panino. Esistono diverse teorie sulle sue origni. Una è che provenga dalla Lituania, ma quella più accreditata è che sia stato ideato a New York in un ristorante che apparteneva a tale Arnold Reuben.
Ad ogni modo, si tratta di una bomba calorica: pane scaldato su una piastra imburrata, fette di tacchino, maionese, crauti…
Se sei mai stato a Austin (Texas), conosci il Magnolia Cafè. E se sei mai stato al Magnolia Cafè e sei minimamente furbo, avrai ordinato almeno una volta il Turkey Reuben.
In una fredda sera di Dicembre come questa, mi scalda solo il pensiero di quel piatto ovale. Sulla sua destra, delle patate al forno leggermente croccanti e speziate. A sinitra, il Reuben convenientemente tagliato in due pezzi tenuti assime da stuzzicadenti decorosi. E non dimentichiamo le salse poste in tenere vaschette di carta! Una contiene una semplicissima maionese. L’altra, una misteriosa salsa rosa di cui chiunque diventerebbe dipendente.
Conobbi il Reuben per caso, assaggiandone un morso offertomi da un’amica.
Eravamo al Magnolia per toglierci uno sfizio. È vicino a dove abitavamo ed è aperto 24 ore su 24, il che era pericoloso per una neodiplomata nottambula come la sottoscritta.
Negli Stati Uniti si parla spesso di “freshman fifteen”. “Freshman” è il termine tecnico per descrivere gli studenti universitari del primo anno, e “fifteen” si riferisce alle quindici libbre (1 libbra = 0,45 kilogrammi circa) di cui generalmente ingrassano.
Si pensa che questo sia dovuto a una serie di fattori quali stress, adattamento al nuovo ambiente/stile di vita e soprattutto alla vasta scelta che offre la mensa del college, la cui retta viene pagata annualmente. Si tratta dunque di un buffet illimitato disponibile tutto l’anno, e non sitamo parlando di uno scrauso buffet dell’Autogrill, bensì di libero accesso a palate di patatine fritte, pizza, hamburger, sciroppo d’acero e chi più ne ha più ne metta.
Io, però, non sono d’accordo con questa teoria.
Non bisogna dimenticare che negli Stati Uniti l’età legale per bere è 21 anni. Quindi se ne hai diciannove, sei via di casa per la prima volta e la polizia ha invaso l’ennesimo festino, cosa fai per intrattenerti alle 2:00 di notte?
Risposta: vai al Magnolia Cafè e MANGI.
Nei primi tempi ordinavo esclusivamente pancakes. Oltre alla novità di poter ordinare da mangiare alle due, il fatto di mangiare un piatto tipicamente consumato a colazione a notte fonda, rendeva l’esperienza ancora più innovativa.
Ma una volta assaggiato un morso di quel panino, il danno era fatto.
Il primo paio di volte non ci feci nemmeno caso. Ero venuta apposta per quello, era chiaro che l’avrei ordinato.
Poi iniziai a voltare le pagine del menu solo per far scena, già pronta a ordinarlo.
Il primo segnale di dipendenza fu quando iniziai a rifiutare il menu direttamente, dicendo che sapevo già quello che volevo. Poi il problema si fece serio. Va bene ordinare un panino a notte fonda, ci possono essere migliaia di buone scuse per farlo. Ma a colazione?
Presto il Magnolia Cafè diventò il Turkey Reuben cafè e i miei compagni di mangiate iniziarono a girare gli occhi e chiedere sarcasticamente se sapevo già cosa volevo ordinare.
Ma da brava drogata, ignorai il problema. Ignorai le calorie e i dieci dollari di spuntino. Continuai a ordinare Reuben su Reuben finchè un giorno successe qualcosa di davvero inaspettato.
Ne lasciai metà.
Senza spiegazioni, smisi di amare il Reuben e smisi di andare al Magnolia Cafè.
Ci tornai in un’altra era, dopo essermi fatta un’altra vita in un altro paese. Tornai al Magnolia in una specie di pellegrinaggio, accompagnata da un vecchio amore. Ordinai il Reuben, con l’aspettativa di riassaporare un pò di quelle emozioni provate nei primi tempi. Ma non fu così, e se mai dovessi tornare al Magnolia, penso che darei un’occhiata al menu.